sabato 8 settembre 2018
Alla vigilia dei Mondiali parla un grande ex, oggi commentatore Tv e protagonista in un suo cartoon: «Che emozione vedere i bimbi disabili schiacciare. È don Bosco il mio supereroe»
Andrea “Lucky” Lucchetta

Andrea “Lucky” Lucchetta

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«Se l’Italia vince il Mondiale di pallavolo posso promettere di far sparire i baffi. Ma il mio capello proprio no…». Chiedetegli tutto ma non di rinunciare all’onda anomala che svetta da anni sulla sua testa. La capigliatura a spazzola in diagonale fa ormai parte della sua carta d’identità e lo accompagna sin da quando dettava legge in campo: «Per me è un taglio di vita». Non ha bisogno di presentazioni Andrea Lucchetta, capitano della Nazionale dei fenomeni del volley negli anni Novanta e da circa un decennio volto noto in Tv come brioso commentatore. Competente e rigoroso come solo una leggenda di questo sport può esserlo. Senza però mai prendersi troppo sul serio. Ma anzi prodigo di tormentoni e schietto come chi, «dopo aver appeso le mani al chiodo», ha deciso di dedicarsi ai giovani, ne conosce il linguaggio e ha imparato che con loro non si può bluffare. Personaggio da sempre fuori dagli schemi, la sua sagoma inconfondibile spopola tra i ragazzi anche grazie a un fortunato cartone animato, Spike Team, in onda su Rai Gulp, di cui è ideatore e autore. Lucky, il protagonista, è infatti il suo alter ego, un allenatore con lo stesso bagaglio di valori e autoironia con cui Lucchetta a 55 anni continua felice a condividere una passione che va oltre lo sport.

Domani l’Italia fa il suo esordio al Mondiale che cosa si aspetta dalla nostra Nazionale?

«Per noi è il Mondiale della verità. Dobbiamo cancellare le delusioni mondiali precedenti, specie la brutta figura del 2014 col tredicesimo posto. Abbiamo una formazione di livello che a Rio 2016 ci ha regalato uno splendido argento. Ma dopo l’Olimpiade dobbiamo ritrovare i nostri giocatori cardine. E grazie al lavoro di Blengini mi aspetto tanto dai vari Giannelli, Juantorena, Zaytsev, ma anche da Colaci e Lanza. Ora è il momento di accantonare la pallavolo “social” e rimanere concentrati: giochiamo in casa e siamo favoriti. E l’obiettivo minimo non può che essere il podio».

Le piace l’idea di giocare all’aperto al Foro Italico di Roma?

«Tantissimo. Non mi dispiacerebbe nemmeno se la finale a Torino si giocasse allo Juventus Stadium magari alla presenza di CR7... Rappresenta la mia filosofia da sempre: conquistare i non-luoghi della pallavolo per avvicinare la gente a questo sport. È la ragione per cui sono andato in radio, ho partecipato come cantante al Festivalbar e mi sono inventato un cartone animato… ».

In questi anni si è fatto conoscere molto fuori dal campo. Ma lei è stato protagonista di un’Italia che ha dominato nel mondo.

«Una striscia molto lunga di vittorie che rimarrà irripetibile. Anche perché era una pallavolo tecnicamente diversa. Ma quella squadra era formata da giocatori che sputavano anima e sangue in campo. La cura dei dettagli, la voglia di migliorare ogni giorno e la compattezza del gruppo facevano la differenza. La conquista del Mondiale del 1990 (preceduta dall’Europeo del 1989) è stato il momento più bello della mia carriera (in- sieme al primo scudetto a Modena). Con la soddisfazione di essere premiato come miglior giocatore. E quella fascia di capitano, che tuttora mi inorgoglisce, mi è rimasta tatuata dentro».

Una bacheca impressionante in cui spiccano due scudetti e una Coppa dei Campioni a livello di club e i numerosi successi in Nazionale come il bronzo olimpico (1984), un europeo (1989) il campionato del mondo (1990) e tre World League consecutive (dal 1990 al 1992). La sua carriera è stata segnata spesso da scelte controcorrente.

«Velasco si arrabbiava perché durante i giorni di riposo andavo ad allenare una polisportiva di ragazzi di strada. Ma io ho scoperto la bellezza di questo sport di squadra all’istituto salesiano Astori di Mogliano Veneto. E qui ho capito l’importanza del dover essere sempre in prima linea con il prossimo. Quando ho smesso, ho creato una ludoteca e per dieci anni sono sparito dal mondo del volley. I miei figli hanno scelto il basket: li ho lasciati liberi perché per me era importante solo che facessero sport e imparassero umiltà e senso di gruppo».

Ma oggi è diventato uomo-immagine della pallavolo soprattutto per i più piccoli.

«Stiamo lavorando molto con la Federazione nelle scuole e sul territorio. Gioco in media con 20mila bambini l’anno. Ne ho incontrati in tutto circa 320mila per un totale di un milione 200mila palleggi. E poi 150mila animazioni di classe… Tutto per far comprendere anche agli adulti che i valori dello sport come la costanza o il sacrificio sono decisivi per raggiungere qualsiasi obiettivo nella vita. Gli stessi valori che sono alla base del mio cartoon Spike Team, dove le protagoniste sono sei piccole pallavoliste che, guidate dal loro allenatore Lucky, imparano a far tesoro delle sconfitte e crescono seguendo principi nobili, preziosi in un tempo in cui ragazzi sono bombardati da falsi modelli esteriori. Non è un caso se il cartone è stato premiato due volte dal Moige (Movimento italiano genitori) per i suoi contenuti. Quest’anno è andata in onda la terza serie (siamo arrivati in tutto a 78 puntate) ma in cantiere ne ho già una quarta. C’è un rimando alla realtà che altri cartoni non hanno più: Lucky che i bambini vedono gesticolare nel cartone è Andrea Lucchetta che ritrovano poi in piazza a giocare con loro».

Spike Team, il cartone animato ideato e scritto da Andrea Lucchetta nei panni dell’allenatore Lucky

Spike Team, il cartone animato ideato e scritto da Andrea Lucchetta nei panni dell’allenatore Lucky

Lucky ha anche la sua stessa acconciatura… Non sarà diventata una schiavitù per lei?

«Per niente. Anzi quando mi vedo col capello “moscio” non va mica bene. Il problema è che adesso mi riconoscono anche al mare quando faccio i tuffi. Questo è il taglio del capitano, nacque così quando giocavo per chiedere un po’ di rispetto visto che non mi calcolava nessuno… Un’acconciatura che ricorda l’inclinazione di una mano che fa il saluto militare… La verità è che rispecchia in pieno il mio carattere. Io sono così come mi vedete, non c’è nulla di costruito. In telecronaca mi esalto e sono pronto a saltare sul bancone proprio come se fossi seduto sul divano di casa vostra. Allo stesso modo faccio notare gli errori tecnici anche a rischio di essere impopolare».

L’energia e la capacità di ridere di sè è rimasta quella di sempre. Dove attinge questa carica?

«Il percorso spirituale dei salesiani è stato decisivo. La preghiera e il raccoglimento sono essenziali e appena posso vado al Santuario di Puianello. La fede ti dà una grande forza e il coraggio per essere tenace e leale: da don Bosco ho appreso che col sorriso possiamo portarla a tutti. Lui per me è un vero supereroe, sono pronto coi salesiani a farne una serie, faremmo contenti tanti ragazzi».

C’è però un’ulteriore sfida nella sua missione.

«Far capire ai ragazzi disabili che siamo tutti parte di una stessa squadra. Con la Federazione ho lanciato lo Spike Ball, il gioco della schiacciata, che ha già incontrato 12mila bambini nelle piazze italiane: una pallavolo con la rete all’altezza degli occhi così che tutti i bimbi, anche quelli in carrozzina, possono schiacciare o murare. E sulla disabilità ho lanciato un film Il sogno di Brentadottato anche dalle campagne ministeriali sulla prevenzione stradale. Basta poco a volte. Anche solo far aprire le dita sul pallone a un ragazzo con handicap. Perché se mentre lo fai, leggi sul suo volto che lo stai rendendo felice, capirai che non c’è nulla di più bello al mondo».

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