giovedì 28 dicembre 2017
Un documentario ricostruisce vita e soprattutto luci e ombre del clarinettista italoamericano, personaggio geniale ma anche estremo. Parla il regista Michele Cinque
La formazione dell’Original Dixieland Jazz Band con al centro Nick La Rocca

La formazione dell’Original Dixieland Jazz Band con al centro Nick La Rocca

«La gente nei locali era abituata a strumenti leggeri e noi sconvolgevamo tutto. All’inizio gridavano di mandare a casa “i contadini”, poi qualcuno si mise a ballare e iniziò tutto». A pronunciare queste parole fu Dominick James La Rocca, ovvero Nick La Rocca, nato nel 1889 a New Orleans da emigrati siciliani e scomparso all’inizio del 1961 dopo aver inciso, il 28 febbraio 1917, il primo disco jazz della storia: con la sua Original Dixieland Jazz Band (con lui Eddie Edwards, Larry Shields, Henry Ragas, Tony Sbarbaro) mise su 78 giri Original Dixieland - One step e Livery Stable Jazz, vendendo in poco tempo un milione e mezzo di copie e surclassando i record di vendite precedenti, che appartenevano al tenore Enrico Caruso.

Nick La Rocca, che riposa a New Orleans fra tombe con sulle lapidi cognomi nostrani, Spedale o Trapani, scrisse anche quelle che potremmo definire le prime hit del neonato jazz d’inizio Novecento, come Tiger rag o Clarinet marmalade; e dopo l’incisione per la Victor divenne artista strapagato sdoganando l’allora “ jass” via via tra i gangster di Chicago, i locali alla moda di New York, un’inizialmente sconcertata Londra e ancora nel cuore di quell’America che cercava coesione per superare le ferite della prima guerra mondiale. In pratica fu Nick La Rocca, italoamericano bianco, a portare la black music detta jazz nell’industria dei bianchi, donandole anche striature (bandistiche, liriche, mediorientali) che venivano dalla sua natia Sicilia: però finì male, la vicenda di colui che giunse addirittura a definirsi «apostolo dello swing, evangelista del ritmo, San Gabriele della tromba». Tra proibizionismo, moralismi, razzismi al contrario e l’emergere storico delle origini afroamericane del jazz, alla fine La Rocca è stato quasi dimenticato: a favore degli stessi giganti, tipo King Oliver, che aveva soppiantato incidendo per primo su disco. Crolli nervosi, risentimento ed esagerazioni fecero alla fine di La Rocca uno xenofobo, che pur di vedersi riconoscere qualcosa della paternità del jazz arrivava a negarne qualunque altra matrice che non fosse ”bianca”. Scaricò i propri risentimenti in un’impresa edile, fece fallire la reunion della sua band per narcisismo, passò vent’anni sino alla morte a inviare nel mondo documenti, foto, testimonianze che provassero la sua verità.

Il regista Michele Cinque

Il regista Michele Cinque

Ma oggi, cent’anni dopo la nascita del termine “jass” divenuto subito “jazz”, è bello che un eccellente film di Michele Cinque, uscito con Cd (o Lp) della musica di La Rocca e dei primi anni del jazz, ne tratteggi con completezza, equilibrio e poesia la vicenda umana ed artistica. Sicily Jass si ambienta nei paesi oggi fantasma del Belice, quelli abbandonati prima da emigranti come i genitori di La Rocca (il padre era di Salaparuta e la madre di Poggioreale) e poi a causa del terremoto; e alternando ricche testimonianze, filmati storici, la voce di La Rocca in un’intervista inedita, la narrazione simbolica di Mimmo Cuticchio coi suoi pupi e una colonna sonora firmata Salvatore Bonafede ed eseguita con alla tromba Roy Paci, racconta a tutti, cent’anni dopo, da dove è partito davvero il jazz. Perché volenti o nolenti, e pur senza esagerare com’egli fece, senza La Rocca la storia del jazz sarebbe stata, almeno, diversa: persino Louis Armstrong, non avrebbe avuto colui che definì «punto di riferimento» per scegliere di suonare la tromba.

«Il lavoro per arrivare a Sicily Jass – racconta Michele Cinque – è durato tre anni ed è stato durissimo; la scintilla della possibilità concreta di fare un film su un personaggio di cui è rimasto poco si è accesa all’archivio di Washington, quando ho rinvenuto cinegiornali degli anni Trenta in cui finalmente potevo vederla, la Original Dixieland Jazz Band. Foto ne avevo già scovate molte, ma vedere La Rocca muoversi e suonare mi ha fatto capire che potevamo farcela: poi a New Orleans ho recuperato tutto quanto il figlio ha donato dell’archivio La Rocca, da lettere a album di locandine e articoli. La Rocca era personaggio affascinante quanto fastidioso, se pensiamo a cosa diceva contro gli afroamericani proprio mentre il mondo cambiava e abbatteva muri tragici: proprio lui che aveva fatto nascere una musica che superava le barriere razziali, divenne campione di razzismo. Però alla fine mi rimane dentro la sua umanità, ombre comprese: non aveva strumenti culturali per dialogare con la storiografia e ha tentato di tutto per darsi un posto nella storia. Ma sbagliando, e proprio questo sbagliare me lo rende vicino. Suo figlio, che dice molto nel film, aveva paura ricadessi nell’eccesso di chi alla fine è divenuto razzista contro La Rocca, e oggi è forte il movimento culturale americano per un jazz da ridare alla cultura nera cambiandogli pure il nome; poi ha visto che ho cercato di dare equilibrio a ombre e luci e si è commosso. Ora spero che l’equilibrio arrivi a tutti ovunque, magari per riscoprire altri jazzmen delle origini come il clarinettista Leon Roppolo, o almeno ricordarsi che la musica non ha colore: il jazz poi figurarsi».

Sicily Jass racconta La Rocca in modo poetico, che colpisce e coinvolge pur non essendo banale: «Avevo bisogno di alternare interviste e documenti visivi a un narratore con presenza scenica, e Cuticchio coi suoi pupi era perfetto. I pupi le videro, le bande che partirono dalla Sicilia verso gli States, e solo loro potevano permettersi di dire la verità sul personaggio… La colonna sonora la volevo emotiva, una sorta di coro greco, fantasmi fra cui si stagliassero gli strumentisti delle prime jazz band: Paci stesso ha conosciuto il jazz da una formazione bandistica». Sicily Jass ovvero The world’s first man in jazz, il primo jazzista al mondo, fa capire oltre silenzi e omissioni della storiografia quanti colori abbiano concorso a formare l’arcobaleno del jazz: e come Cinque sottolinea, «le prime incisioni della storia, quelle di La Rocca, sono da brividi, tanto che ispirarono il padre nero e il padre bianco del jazz, Satchmo e Bix Beiderbecke; questa musica deve rimanere in quella sua forza primigenia e l’artista Nick La Rocca merita un ricordo concreto per quella sua arte, al di là di tutte le fragilità dell’uomo».

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