martedì 15 maggio 2018
Nel nuovo romanzo l'autore iraniano di nascita e naturalizzato olandese racconta il viaggio di uno scià in Europa nel XIX secolo: «Sono epoche simili, rivoluzionarie e sulla soglia di un'incognita»
Lo scrittore Kader Abdolah

Lo scrittore Kader Abdolah

Anche i re hanno i loro problemi. Nasser al-Din Shah Qajar, per esempio, governò la Persia per tutta la seconda metà del XIX secolo con la consapevolezza di non poter eguagliare i suoi precedecessori. «Dario, Serse: inarrivabili, non crede?», dice sorridendo Kader Abdolah, lo scrittore iraniano che da quasi trent’anni vive nei Paesi Bassi: arrivato come esule politico, è oggi uno degli autori più importanti della letteratura olandese. Alla figura di Nasser al-Din Shah Qajar aveva già dedicato un romanzo di qualche anno fa, intitolato semplicemente Il re. Adesso, sempre da Iperborea, esce Uno scià alla corte d’Europa (traduzione e postfazione di Elisabetta Svaluto Moreolo, pagine 328, euro 19,50), presentato nei giorni scorsi al Salone internazionale del Libro di Torino. «Consapevole di non poter competere con il passato – commenta Abdolah – Nasser al-Din Shah Qajar decise di fare qualcosa di assolutamente nuovo».

Vale a dire?

«Un viaggio attraverso l’Europa, del quale avrebbe dato conto nel suo diario. Le innovazioni erano due, in effetti, perché prima di lui nessun monarca aveva mai pensato di pubblicare i propri scritti: poesie, saggi e diari, appunto. È stata proprio la lettura delle sue pagine a farmi nascere l’idea del romanzo» .

Che però non è una trasposizione fedele di quel testo.

«Nasser al-Din Shah Qajar ebbe una fortissima personalità ed è ancora molto conosciuto in Iran. Gli si dedicano biografie e film, ma non era quello il terreno su cui volevo muovermi. l resoconto del suo viaggio europeo è tanto affascinante quanto reticente. Lascia molto spazio all’immaginazione ed è lì che ho provato a intervenire, immaginando che a colmare la lacune sia un intellettuale dei nostri tempi. Uno che viene dalla Persia, come lo scià, e che come me è stato costretto a trasferirsi in Olanda».

Qual è il risultato di questo doppio sguardo

«Una maggior chiarezza rispetto a quello che lo scià poteva magari vedere, ma ancora non riusciva a comprendere. Quando incontra Ernst von Siemens, per esempio, non coglie la portata delle invenzioni di cui l’imprenditore gli parla. La lampadina e il telefono sono oggetti misteriosi per lui. Ma non per noi, che sappiamo che cosa è venuto dopo quel viaggio».

Com’è cambiata l’Europa in un secolo e mezzo?

«Nel momento in cui Nasser al-Din Shah Qajar lo visita, il Vecchio Continente è molto impegnato nella ricerca della propria identità, ma a sua volta è ancora ignaro degli esiti di questa avventura. Provi a figurarsi Louis Pasteur nel suo laboratorio. Noi sappiamo bene che cosa sta per scoprire, ma ai suoi occhi per lui quell’universo di batteri e microrganismi è tutto da esplorare. Da lì in poi abbiamo avuto l’aspirina e le guerre mondiali, i totalitarismi e i dipinti di Cézanne. Per quanto mi riguarda, si tratta di una fase molto simile a quella che stiamo attraversando attualmente. Qualcosa di nuovo sta nascendo, è evidente. Una diversa identità, ancora una volta».

Ma non possiamo conoscerla in anticipo.

«Esattamente. Mi sono molto documentato per scrivere questo libro e sono rimasto impressionato, tra l’altro, dalla considerazione di cui godeva all’e- poca re Leopoldo II del Belgio, per il quale anche Nasser al-Din Shah Qajar spende parole di estrema simpatia. Noi, invece, sappiamo fin troppo bene che Leopoldo II fu un dittatore spietato. Non nel suo piccolo e accogliente Paese, certo, ma negli smisurati possedimenti coloniali del Congo, che amministrava come sua proprietà personale adottando una logica che per molti aspetti anticipa quella dei genocidi novecenteschi».

E in questo vede un’analogia con il presente?

«Penso che, come narratore, sia mio dovere mostrare quello che è accaduto, anche facendo appello agli strumenti dell’immaginazione. Non voglio stabilire analogie né tanto meno identità tra una situazione e l’altra. Semmai, metto uno specchio davanti al lettore e lo invito a non limitarsi a un’unica versione di una determinata vicenda. C’è sempre almeno un altro aspetto da tenere in considerazione. In particolare, al di là di ogni colpevolizzazione indiscriminata, è un bene che l’Europa torni a confrontarsi con il suo passato coloniale».

Si riferisce ai processi migratori?

«Sì, ma non solo. Se penso alla storia del mio Paese d’origine e la metto in relazione con le aspettative e i timori che attraversano l’Europa in questo momento, mi viene da dire che, accada quel che accada, noi persiani ci siamo già passati prima. Abbiamo avuto invasioni e distruzioni, abbiamo combattuto contro la Grecia e siamo stati conquistati da Gengis Khan, abbiamo affrontato l’islam e il nostro territorio è stato conteso dall’impero britannico e da quello russo. Ogni tanto, anche in Olanda, qualcuno se ne esce con una raffica di slogan contro gli immigrati. “Via gli stranieri!”, proclamano, dimenticando che per secoli i Paesi Bassi erano considerati una palude inospitale. È stato proprio il lavoro degli immigrati, provenienti dal resto d’Europa, a rendere possibile la prosperità di cui godiamo. Gli esseri umani, purtroppo, hanno una certa tendenza a dimenticare e questo non è d’aiuto».

Che cosa potrebbe venirci in soccorso, oltre alla memoria?

«Un po’ di sangue freddo, per cominciare. In Uno scià alla corte d’Europa faccio in modo che le esperienze di Nasser al-Din Shah Qajar siano rilette nella prospettiva degli attentati terroristici degli ultimi anni. In alcune situazioni la paura è un sentimento comprensibile, ma non deve mai avere la meglio. Davanti a ciò che ci spaventa, occorre anzitutto mantenere la calma, non lasciarsi sopraffare dall’angoscia o, peggio, cedere al desiderio di vendetta. Solo a queste condizioni si conserva uno spazio di negoziazione che permette di affrontare veramente i problemi».

Non è un percorso facile.

«No, ma non ci sono alternative. Sono convinto che debba essere garantita a tutti la massima libertà di espressione. Prenda l’intolleranza verso i migranti: una volta che viene dichiarata diventa meno pericolosa, perché può essere discussa e addirittura superata. Il vero rischio si ha quando il rancore viene covato in silenzio. Da questo punto di vista, mi pare che l’Olanda costituisca un modello molto interessante. È un Paese con una lunga tradizione mercantile, per la quale la trattativa è un’arte. E qui, non per niente, i casi di radicalizzazione sono estremamente rari».

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