sabato 20 dicembre 2014
​Potrebbe apparire un paradosso, forse un po’ lo è, ma certo il destino a cui è andata incontro l’opera di Giuseppe Berto, di cui proprio in questi giorni ricorre il centenario della nascita (avvenuta il 27 dicembre del 1914 a Mogliano Veneto, in provincia di Treviso), presenta caratteri di forte anomalia. Non mi riferisco tanto a quel sentimento di sofferenza che è nel dna di tante sue pagine narrative, perfino in quelle apertamente ironiche e dunque meno inclini a riverberare il disagio esistenziale che è la cifra più convincente del suo essere scrittore. Penso piuttosto alla cortina di isolamento che ha gravato a lungo intorno ai suoi libri e che probabilmente nel tempo posteriore alla morte è diventata una scorza dura da rompere, a cui poco hanno giovato i successi editoriali (uno fra tutti: la vittoria dei premi Campiello e Viareggio, nel 1964, con Il male oscuro, il suo capolavoro) o le trasposizioni televisive e cinematografiche di cui hanno goduto alcune storie uscite dalla sua penna.Dove stanno allora le ragioni di questa anomalia? Cosa manca ai libri di Berto per entrare dentro il canone novecentesco ed essere antologizzati nei testi scolastici? Non manca nulla. Ma è tipico degli scrittori che hanno intrapreso la strada dell’originalità o della non omologazione (e, dunque, si sono arruolati nell’esercito degli intellettuali scomodi e controcorrente) abitare la dimensione dei profeti inascoltati.
Qualcosa del genere Berto è stato sin dagli esordi con Il cielo è rosso (1947). In un’epoca in cui si predicava con prepotenza il verbo dell’engagement egli non si è munito di tessere di partito, non ha militato in movimenti culturali, è rimasto estraneo alle rotte attraverso cui transitavano le fortune letterarie di molti suoi coetanei. Tutto ciò oggi viene giudicato un atto di coraggio, un esempio di libertà. Ed è vero. Ma ciò non poteva essere in un momento di forte polarizzazione ideologica come il trentennio fra i Cinquanta e i Settanta, quando, per sopravvivere, bisognava accreditarsi presso una fazione politica, magari indovinando la più potente e quindi la più conveniente. Scegliendo di rimanere fuori da questa logica, la figura di Berto resta quella di un solitario battitore libero: sufficientemente irregolare, non realista nella stagione del neorealismo, ignorato dalla Neoavanguardia nonostante gli sperimentalismi adottati nel Male oscuro, guardato con sospetto tanto dai marxisti (che gli non hanno mai perdonato il suo diario Guerra in camicia nera) quanto dai cattolici, per i quali era e resta uno scrittore fortemente votato al dissenso.
A questo programma, inseguito con caparbietà, Berto non avrebbe rinunciato nemmeno al termine dei suoi giorni, quando si è congedato affidando il proprio testamento a un romanzo di forte sentire morale, La gloria (1978), vero e proprio monumento al vangelo degli sconfitti, risposta controversa al dramma sacro della colpa e della redenzione. È probabile che un libro così profondo e disperato rappresenti il culmine di una lunga indagine su Dio, a cui non poteva sottrarsi un autore che aveva respirato l’aria di una geografia cattolica e contadina come quella veneta. Di certo nella vicenda di Giuda che racconta al mondo il gesto di tradire Cristo e nello stesso tempo domanda compassione, pietà, rispetto, comprensione, Berto chiude i conti con i fantasmi della sua vita, siano essi la minaccia del padre (da cui forse allontanarsi e guarire per vie psicanalitiche) o i segni di un’antica ossessione che agli inizi del Novecento si chiamava “male di vivere” e che poi, in un’Italia industriale, muta nelle forme di un’alienazione. Giuda è una figura che sta ad archetipo di un processo identitario, addirittura ripercorre l’esperienza di faticosa solitudine a cui sono chiamati tutti gli uomini sin dall’alba dei tempi, anche i non credenti, posti di fronte al mistero del divino e del soprannaturale.Ovviamente Berto non si limita a rappresentare l’insuccesso degli individui. Ben consapevole di aver trovato la strada della scrittura in un campo di deportazione militare nel deserto del Texas, non ha mai dimenticato che anche il più debole dei prigionieri, anche il più indifendibile dei peccatori ha diritto di costruirsi, a suo modo, una via di salvezza. Sicché parte considerevole dei suoi sforzi di narratore è tesa a elaborare un piano di fuga. Prendiamo a mo’ di esempio il romanzo Oh, Serafina! del 1973: un divertente apologo sulla società capitalista, in cui un padroncino di un bottonificio intorno a Milano si disinteressa della fabbrica per coltivare francescanamente l’amicizia con gli uccelli di un vicino giardino. È chiaro che un personaggio simile sarà di scandalo per i tempi e finirà internato, ma è il suo essere pietra di inciampo ad attribuire alla follia un che di esemplare, a conferire al personaggio il titolo di primo cittadino di un mondo post-industriale. All’evasione dal manicomio, infatti, non c’è alternativa se non l’esilio volontario in campagna e il ritorno allo stato di natura, più che sancire una deriva antimoderna, potrebbe significare un gesto contro il modello di modernità che si è andata affermando nell’Occidente e di cui ancora oggi paghiamo le spese.
Furorico e apocalittico quanto basta per interpretare il ruolo di non allineato, Berto ha scansato l’insidia in cui sono caduti diversi, più celebrati, scrittori della sua generazione: essere cortigiano degli apparati culturali e sognare contemporaneamente l’allontanamento da essi o, peggio, il loro dissolvimento. Simile al titolare della fabbrica di Oh, Serafina!, Berto ha preferito farsi da parte, eleggere a dimora uno sperduto angolo di Calabria e da quel remoto avamposto di paradiso mettersi a contemplare la civiltà lasciata alle spalle. E, insieme con essa, la sua catastrofe annunciata.
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