sabato 31 maggio 2014
​Non è stata una folgorazione. Né, tanto meno, un colpo di testa. La decisione di Fabrizio Gatta di lasciare il programma Linea Verde di Raiuno e, con esso, la sua carriera televisiva è frutto di un cammino di discernimento, lungo tre anni. «Non credo nelle folgorazioni», conferma lo stesso ex conduttore Rai, «La vocazione è qualcosa che è presente fin dal concepimento, come un seme, ma che poi deve maturare, con il tempo».In che senso?«Per essere compresa, la vocazione richiede un esodo da se stessi. E non si può uscire da sé stessi sull’onda di un singolo avvenimento. Gli eventi possono, piuttosto, riconsolidare e confermare una scelta. Io stesso sentivo la chiamata molto forte dentro di me e sono andato, per esempio, a Fatima per guardare, occhi negli occhi, la Madonna. Sono stato anche in Terra Santa perché volevo vedere i luoghi della Scrittura. Ma non si può ridurre la mia scelta a un unico episodio "scatenante": è stato un cammino di tre anni, un lungo discernimento, che continua ancora».Che direzione ha preso, oggi, la sua vita?«Gesù è entrato a gamba tesa nel buio della mia esistenza, buttando fuori tutte quelle cose, come il successo e i soldi, che (ora me ne rendo conto) erano solo delle mediocrità. A tal proposito c’è una frase molto bella del Beato Pino Puglisi che recita: "Venti, sessanta, cent’anni… questa è la vita. Ma cosa serve se poi sbagliamo direzione?"».Quale decisione ha maturato in questi tre anni di discernimento?«Vorrei abbracciare il sacerdozio. Alla scadenza del mio contratto con Linea Verde, ho lasciato il piccolo schermo e, lo scorso ottobre, mi sono iscritto alla Pontificia Università Gregoriana. Ho messo la mia vita nelle mani dei Missionari del Preziosissimo Sangue: saranno loro a decidere se la mia vita potrà prendere questa nuova direzione».Una svolta impegnativa, a 50 anni d’età…«Indubbiamente, una vocazione adulta va soppesata perché si tratta di formare una persona che la vita ha, di fatto, già plasmato. Per questo, quando mi sono recato dal cardinale Agostino Vallini dissi: "Eminenza, io vorrei fare questo cammino. Ho 50 anni, so che è una difficoltà". Ma lui mi rispose: "Caro Fabrizio, chi sono io per dire no allo Spirito Santo che ti manda qui, oggi, da me!". Mi sono sentito abbracciato».Perché ha scelto proprio i Missionari del Preziosissimo Sangue?«Si tratta di una realtà presente in diciannove Paesi nel mondo, che vanta una storia molto lunga: l’anno prossimo festeggeranno il bicentenario di attività. Quello che mi ha più affascinato è il loro approccio: attraverso la chiave della semplicità, della gioia, della mano messa sulla spalla e del sorriso, riescono a riportare le persone alla fede. Ed è così che vorrei diventare: un missionario che testimonia Dio, nel mondo, in periferia, tra gli anziani, i giovani, i malati, i più bisognosi».Questa congregazione si caratterizza anche per il suo forte impegno nella pastorale giovanile. Da quel che ha potuto sperimentare, qual è l’emergenza su questo fronte?«L’ascolto: i ragazzi hanno un estremo bisogno di sentirsi abbracciati, compresi, accompagnati. Finora comunque ho preso parte a due sole missioni, ciascuna di una decina di giorni, in Sicilia. Tuttavia, da quel che ho visto, non esiste un ragazzo che sia perduto agli occhi del Signore. Davanti a Dio sono tutti preziosi e ognuno vale il sangue di Cristo. Ed è proprio di fronte all’abbraccio e all’ascolto, che viene fuori la vera essenza dei ragazzi. Durante le missioni ne ho visti molti, da anni lontani dalla Chiesa, tornare a messa, confessarsi e fare la comunione». In questi primi tre anni di cammino, lei è stato molto discreto. Perché, adesso, ha deciso di spiegare alla stampa la sua scelta vocazionale?«Perché, con Gesù, ci voglio mettere la faccia. Inoltre spero che la mia storia sia di esempio per quei tanti che si vergognano di mettersi il crocifisso al collo, o di dirsi cristiani. Abbiamo bisogno di testimoniare la nostra fede, senza per questo diventare dei fanatici. Ci tengo però a sottolineare che la decisione di rendere pubblica la mia storia è stata presa d’accordo con i miei superiori». 
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