venerdì 28 marzo 2014
S’intitola Roba minima (mica tanto). Tutte le canzoni di Enzo Jannacci il volume scritto da Andrea Pedrinelli e mandato nelle librerie da Giunti (pagine 224, euro 18,00, e-book euro 11,99) in occasione del primo anniversario della morte del cantautore, avvenuta il 29 marzo 2013. Alla ricorrenza si legano anche numerose iniziative, in corso in questi giorni in tutta Italia. A Milano il Teatro delle Colonne (corso di Porta Ticinese, 45) ospiterà, oggi e domani alle 20.45, la due giorni “50 anni in scarpe da tennis”: il concerto teatrale Il saltimbanco e la luna, con Susanna Parigi e lo stesso Pedrinelli, si affiancherà a omaggi, testimonianze, presentazioni di libri e Cd e tavole rotonde; interverranno Davide Barzi, Roberto Davanzo, Enrico Intra, Rossella Rapisarda, Paolo Scherani, Osvaldo Ardenghi, Andra Bove, Enzo Limardi, Paolo Brivio, Franco Cerri e Ranuccio Sodi.Milano, piazza Fontana, 12 dicembre 1969, ore 16.37. Una bomba esplode nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura uccidendo diciassette persone. Una tristezza che si chiamasse Maddalena parla di questo con taglio cinematografico, seguendo una ragazza che non sa di andare incontro alla morte e riflettendo sull’evento stesso del morire innocente nello spostare lo sguardo su chi a questa ragazza stava intorno.È un brano bello e struggente, arrangiato da Baldan con rispetto senza cadere nella retorica. Qui, dentro la jannacciana prospettiva di vita quotidiana di povera gente, si denuncia la viltà dello stragismo ma anche, prendendo sempre a spunto simbolico il femminile, il dolore e lo sgomento per un attacco a chi non ha colpe né ruoli particolari nella società. In piazza Fontana infatti morì gente comune, e nessuna donna, peraltro. La scelta di Jannacci pare dunque proprio simbolica, anche se forse è legata a una vicenda che ebbe molta eco nelle cronache: quella di una ragazza uscita senza un braccio dall’inferno della bomba, che fermava i passanti per chiedere aiuto. Ma la Maddalena di Enzo – e il nome è senz’altro simbolico – è comunque un emblema a prescindere. Di una morte immotivata, come quella degli agricoltori e padri di famiglia uccisi in piazza Fontana, una morte che passa anche sotto silenzio, oltre che non ottenere giustizia, travolta dal rumore del mondo.Maddalena è una ragazza qualunque che vive una vita qualsiasi, fra l’indifferenza di chi pensa solo alle canzonette e il cinismo di chi non sa neppure dare l’ultimo saluto a un parente che sta morendo di cancro. Ma è proprio quel mondo, che non ha mai saputo starle vicino davvero, che non ha osato darle un bacio anziché “il solito arrivederci”, che ora si troverà di fronte alla durezza del rimpianto. Perché Maddalena «l’han lasciata morire con gli altri / una sera di un 12 dicembre / senza il coraggio di alzare una mano». E ora Maddalena, morta, con la durezza tipica dello Jannacci post-Canzonissima 1968 «arriverà insieme all’alba / Insieme allo svanire del tuo sporco fiato / Quando cercherai di tenertela contro il seno / Senza sapere, senza aver mai saputo».La morte di Maddalena è condanna dell’indifferenza ben oltre il fatto storico, dunque, anche se il brano è chiaramente dedicato a esso. Siamo in linea con lo stile del miglior Jannacci e, per quanto la canzone sia stata penalizzata da un testo criptico tipo quello del Duomo di Milano, nonché dall’insuccesso fragoroso di questo Lp, è strano che l’artista non l’abbia mai ripresa, citata, accennata. È comunque coraggiosa, oltre che poetica. Forse Enzo l’ha semplicemente rimossa, come quasi tutto quel periodo. Forse la sua scelta successiva di Saltimbanco non era più in linea con il far denunce in questo modo, attraverso brani scritti per metafore esposte per loro stessa natura a retorica o fraintendimento. Perché Vengo anch’io in questo senso ha rappresentato per Jannacci un punto di non ritorno.IL SOTTOTENENTESi parla, come in certi brani degli esordi, di cose di «un tempo non tanto lontano, che non era poi così difficile darsi una mano». E il protagonista, esplicitamente eroe della dignità, è uomo nient’affatto “vinto” o “perdente”. Anche se «non era nessuno»: o meglio, con mirabile guizzo di sarcasmo sulle odierne costrizioni a far parte di certi giri, «non era nessuno di cui fosse parente». Era solo un sottotenente. E non compiva neppure azioni straordinarie, faceva solo contenta «la povera gente». Apriva un sacchetto, donava arance e un bel suono. «Che lo potessero capire un po’ tutti, …un suono come di pace». A prima vista sembra che Jannacci canti ancora il padre e i suoi valori, con anche un rimando esplicito alla sua attività per la pace nelle file dell’esercito. Ma accanto al testo del brano, nel Cd, c’è la foto di Enzo Limardi. E non è un caso.Ecco la testimonianza di Limardi: «Jannacci mi chiamò e mi disse che voleva farmi sentire una canzone. Quando sono arrivato in studio mi hanno fatto la foto, lui ha cantato e poi mi ha detto: “Questo sei tu”. Io ho fatto il sottotenente a Bologna nella ferma obbligatoria. E quando Paolino fece il carabiniere andai con Enzo a Torino per il giuramento. Alla fine della cerimonia Paolo si avvicinò a noi e il suo tenente lo rimproverò davanti a tutti. Enzo ci restò malissimo. Allora mi presentai come collega in congedo e ripresi a mia volta l’ufficiale: non si umilia un sottoposto in pubblico. Quello si mise sull’attenti ed Enzo ne godette assai. Penso che abbia voluto lasciarmi qualcosa di suo per compensarmi».Quindi un riferimento alla poetica del Saltimbanco e una dedica. Due letture che ci stanno. Solo che Jannacci, per Il sottotenente, ne aggiunse una terza, in linea con la fede in Dio che aveva ereditato dalla madre, vissuta in modo popolano e non certo da praticante ma che in fondo si coglie anche nella sua scelta di impegno artistico e civile durata tutta una vita. Tanto che del Sottotenente disse alla stampa, senza mezzi termini: «È senz’altro Gesù», e nello Jannacci ultrasessantenne Gesù è stato un riferimento valoriale esplicito, detto parlando del caso di Eluana Englaro, sicuramente utile ad appoggiarsi durante malattia e vecchiaia, testimoniato fra riflessioni etiche e ricordi di gioventù tenuti pudicamente dentro per una vita.«Io l’ho vista, la carezza del Nazareno che ho invocato per Eluana. Su un tram di Milano [ma guarda], sessant’anni fa», dice Jannacci ad “Avvenire” nel 2009. Dopo aver citato san Paolo sulla quarta di copertina di Come gli aeroplani, prima di parlare di fede anche nella biografia scritta da Paolino nonché commentando L’uomo a metà: «Non sono mai stato ateo, e la carezza del Nazareno se la augura chiunque consideri la vita importante. Le mie convinzioni intime le esprimo di rado ma ho una concezione della vita filosofica che può sembrare opposta alla fede e non lo è. Rifletto molto, sulla fede. Anche con Fo se ne parlava. Leggo la Bibbia e i Vangeli, sono stato alla Biblioteca Vaticana. So che non ho più tanti anni davanti e proprio per questo non ho tempo di occuparmi di cose troppo terrene. È tempo di guardare al Cielo dove andremo a picchiare tutti, prima o poi».
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