sabato 3 settembre 2016
​Monsignor Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, interviene sul tema per mettere in luce come ormai anziché aiutare i malati a vivere si vorrebbe che i dottori ne affrettassero la fine.
Eutanasia, non decida il «caso limite»
E' convinzione diffusa ormai che il dibattito sull’eutanasia sia segnato da imprecisioni, ambiguità e confusione. Ci troviamo in una vera e propria “babele” di significati, sino a poter dire che non c’è termine più ambiguo di “eutanasia”. Eppure la sua etimologia è chiara. Da più di duemila anni è intesa in questo senso: dal suo apparire, nel mondo greco-romano, il termine eutanasia ha sempre significato “buona morte” e mai l’atto di soppressione di un malato da parte di un medico (anche quando il suicidio era ammesso senza tanto scandalo). La richiesta dell’eutanasia si accompagna spesso a casi che appassionano e dividono l’opinione pubblica e all’enfasi del caso estremo di profonda sofferenza, solitudine e insopportabile angoscia, che richiede appunto l’intervento per evitare tanto dolore. La paura della morte in condizioni difficili commuove l’opinione di tanti: come non essere compassionevoli davanti a casi così drammatici? Certo, i casi estremi toccano tutti, fanno riflettere, sconvolgono i cuori, rendono pensosi e richiedono partecipazione e molta, molta attenzione. Le esperienze – come riportate sia da medici sia da infermieri – manifestano una pluralità di situazioni talora anche contrastanti.Nessuno deve considerare freddamente i molteplici casi drammatici che oggi in particolare si pongono. Ciascun caso è da considerare a sé. Va evitata una classificazione generale. Molti operatori comunque invitano a non cedere a una “pietà pericolosa” – per riprendere la vicenda narrata nel romanzo di Stefan Zweig L’impazienza del cuore– perché porterebbe a derive drammatiche. Sulla spinta di casi estremi è sempre difficile fare una buona legge per sua natura generale. È utile porre attenzione alle riflessioni del noto chirurgo Lucien Israël che ha svolto per molti anni il suo servizio con i malati terminali di tumore. Nella sua lunga esperienza egli dice che una sola volta gli è capitato di ricevere da un malato in maniera determinata e continua la richiesta di eutanasia. A suo parere, l’affermarsi di quella che lui chiama la “moda dell’eutanasia” deriva, più che da un sussulto di compassione, dal crollo di quella cultura umanistica che di fatto sostiene le relazioni umane nella società occidentale: «L’eutanasia legalizzata rappresenta la rottura del legame simbolico tra le generazioni. Figli, nipoti e, ormai, pronipoti, visto che stiamo per diventare una società a quattro generazioni, sapranno che ci si può sbarazzare dei vecchi. Nel momento in cui una simile prospettiva dovesse essere ammessa e diventare oggetto di una forma di consenso sociale, i più giovani non potrebbero fare a meno di vedere i più anziani come oggetti da gettar via. Quando i “vecchi” non serviranno più, che siano depressi o che ancora non abbiano trovato il reparto medico in grado di non farli soffrire, si deciderà che è tanto semplice, e persino più caritatevole, sbarazzarsene. In queste condizioni, i legami tra le generazioni, che già al giorno d’oggi, per diverse ragioni, diventano sempre più fragili, si indeboliranno ancora di più» ( Contro l’eutanasia). Mi pare particolarmente lucida l’analisi di Israël nel cogliere anche la deriva verso cui conduce una cultura eutanasica. Si mina in radice quel contratto sociale che fonda la comunità umana. E purtroppo avviene quasi in maniera banale, non riflessa. Lucien Israël aggiunge: «Bisognava aspettarselo che la richiesta di esecuzione medica diventasse quasi una banalità. Per quanto mi riguarda, in tutto ciò vedo il riflesso di un indebolimento dei legami esistenti sia tra gli individui che tra le generazioni e i gruppi sociali. Al giorno d’oggi, proprio quei valori che rendono possibile la società sono in pericolo. Esiste un non detto indispensabile alla coerenza di una società; rivelatore di questo non detto è il rispetto dovuto alla vita e la necessità di estendere fino alla fine gli sforzi per prolungarla ». L’esaltazione dei casi limite portati per giustificare disposizioni legislative rischia di innescare processi che conducono allo scardinamento della vita anche associata. Tutti concordiamo che la sofferenza può far paura più della stessa morte. E va ricercato ogni rimedio per eliminarla. E qui si apre la questione di quanto la società si impegni nella ricerca per abbattere il dolore, per sostenere le cure palliative, per favorire un coinvolgimento della stessa società perché nessuno venga lasciato solo nei momenti di sofferenza. E così oltre. Non mi pare ragionevole neppure la posizione di chi ritiene sufficiente anche un solo caso per proporre la legge. E non è saggia la tesi di chi sostiene che l’eutanasia va legalizzata perché comunque riguarderebbe solo chi la chiede. È ovvio – si dice da parte di costoro – che non può essere imposta. E insistono dicendo che esiste il diritto alla vita, non l’obbligo, per cui chi desidera vivere fino alla morte naturale, può ovviamente farlo, ma non si può vietare di morire a chi liberamente lo sceglie. Per confermare questa tesi si aggiunge: se – in Italia – il tentato suicidio non è penalizzato, perché dovrebbe essere penalizzata l’eutanasia? È vero però che, nel martellamento propagandistico, si stia realizzando una vera “newspeak orwelliana”: la morte per eutanasia viene presentata come un evento positivo che risponde alla richiesta di morire in maniera dignitosa. Purtroppo, ancora una volta, avviene un pericoloso slittamento: “aiutare” un malato vuol dire sempre di più “aiutarlo a morire” più che “aiutarlo a vivere”. E affermare che bisogna “morire in modo degno” significa sempre di meno “morire in modo naturale” (considerato spesso indegno, specie se la morte si fa aspettare) e sempre più ottenere la morte per via medicalmente indotta.
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