domenica 27 novembre 2016
Per la prima volta una casa discografica classica come la Decca pubblica una raccolta – filologica – del patrimonio di una tradizione nata nelle trincee. Parla il maestro Marchesotti
Il coro dell'Associaizone Nazionale Alpini di Milano

Il coro dell'Associaizone Nazionale Alpini di Milano

«È difficile nascano ora nuovi canti popolari degli Alpini. E proprio per questo abbiamo il dovere di far conoscere il repertorio di ieri: senza enfatizzarlo, col preciso obiettivo di testimoniarlo a giovani e giovanissimi. Crediamo sia fondamentale anche per far capire quanto sia alto e doloroso quel concetto di eroismo che a volte si celebra malamente, e quanto siano inutili le guerre: tutte le guerre». A parlare è il maestro Massimo Marchesotti, direttore del Coro dell’Ana – Associazione Nazionale Alpini – di Milano (uno dei principali d’Italia) sin dal ’73, e artefice con il suo gruppo del disco La mia bela la mi aspeta, fondamentale testimonianza pressoché filologica dei pilastri del canto alpino, racchiusi fra 1896 e 1943 in sedici brani, alcuni noti altri da scoprire. La mia bela la mi aspetaè stato presentato dal vivo al pubblico domenica 27 all’Auditorium di Milano, dove è stato inciso: nel disco, edito dall’etichetta classica Decca che evidentemente ha considerato questi canti pari al repertorio di cui per solito si occupa, si va da Mamma via vienimi incontro reso noto da un nipote di un partecipante alla battaglia di Adua nell’Abissinia di fine ’800 allo storico testo popolare Preghiera degli Alpini finalmente musicato con adeguato rispetto da Giovanni Veneri, passando per classici come Il testamento del capitano e canzoni pochissimo frequentate quali O Gorizia, tu sei maledetta. Per un viaggio fra le miserie della guerra e i valori più alti dell’uomo.

Maestro Marchesotti, proviamo a fare un po’ di storia del “canto Alpino”: qual è il primo brano conosciuto?

«Quello con cui apriamo il disco, Mamma mia vienimi incontro databile al 1896, se non è il primissimo è uno dei primi, anche perché il corpo degli Alpini nacque al- lora. Dopo anni di ricerche ero comunque convinto fosse necessario partire da un canto di origine popolare e non scritto da autori professionisti, perché la storia del canto Alpino parte da quelle opere: e questo brano, nato sul fronte africano, siamo certi ci sia arrivato in modo quasi integro, pur se non per trasmissione diretta».

E qual è il canto più recente inserito in repertorio?

«Da un certo punto di vista potrei dirle O Gorizia, tu sei maledetta perché fino a pochi anni fa non si volevano cantare, le vigliaccherie compiute in guerra dai generali che mandavano a morire migliaia di ragazzi. A Gorizia fra l’altro quasi tutti del Sud… Però ci sono anche la Preghiera degli Alpini, che per anni si era tentato di trasformare in un’aria realmente corale, e Centomila gavette di ghiaccio, che prende le mosse dal libro di Bedeschi in cui l’autore lo inventò, in modo però non realistico: ed è diventato un canto vero grazie a due autori pop, Piero Soffici e Vito Pallavicini. Però questo è un canto per gli Alpini, non un canto degli Alpini».

Ovvero? Qual è la differenza?

«È quella che passa fra canti popolari nati da Alpini, o per altri scopi ma poi sempre adattati da loro sul fronte, e i canti d’autore scritti in dedica agli Alpini o perché fossero cantati dai loro cori. Non sono più di trenta/ trentacinque, i veri canti degli Alpini, una decina sono pure molto dubbi. E non credo ne possano nascere altri, anche se io soltanto ho centinaia di cassette dove chissà mai si nasconda qualcosa di originale ancora non inserito in alcun repertorio corale. Però è difficile, ma proprio per questo è fondamentale testimoniare i canti storici».

Quanto è stato difficile farlo con un’etichetta vera?

«Ci sono voluti due anni perché la Decca impostasse questo disco che è per loro un grandissimo sforzo, ma che per la prima volta mette canti popolari su un’etichetta classica. Per noi è un enorme passo avanti culturale che ha richiesto lavoro certosino e scelta meditata del repertorio, perché assieme a peso filologico i canti dovevano avere cantabilità adatta al nostro coro, per fortuna dotato anche di diversi solisti validi, vantaggio che non hanno tutti».

Qual è il panorama odierno del canto corale?

«C’è scarsa conoscenza di quanto si canta, poca capacità di attrarre i giovani, concerti impostati senza filo conduttore. Bisogna spiegare alla gente quanto fai, se vuoi che resti, e per riuscirci devi fare programmi a tema, se passi da La tradotta agli spiritual non fai che alimentare una banalizzazione degli Alpini che finisce con la tremenda e fasulla equazione Alpino uguale vino. E poi bisogna osare, visto che questi canti denunciano la guerra più di molte canzoni d’autore di oggi, che è un peccato».

Ma un canto alpino rimane per la musica o il testo?

«Credo per la musica. Anche se in trincea ovviamente la parte musicale era scarna, diciamo così, e qui sono stati decisivi gli interventi d’autore. Però era fondamentale cantare, in guerra: a dimenticare il sangue degli amici morti e la paura di non tornare a casa a vedere il raccolto, ad abbracciare i bambini».

© Riproduzione riservata

ARGOMENTI: