Salute mentale, come la famiglia può essere fattore di cura
Psichiatri e psicoterapeuti a confronto al convegno nazionale di Pastorale della salute. La necessità di adulti educanti e autorevoli che accompagnino i giovani. Che restano vittime della loro solitudine e della dipendenza indotta dagli algoritmi dei social

Se c’è un ambito in cui la presa in carico del sofferente è più ampia e più condivisa con uno spazio che non è solo quello sanitario e terapeutico, quello è la salute mentale. Che è stata affrontata da una sessione tematica nel primo giorno del XXVII convegno nazionale di Pastorale della salute (www.convegnosalute.it) in corso a Falerna (Catanzaro): il titolo di quest’anno “Scoperchiarono il tetto. La dimensione comunitaria della pastorale della salute” vuole evidentemente valorizzare aspetti della cura, della presa in carico in cui sempre l’azione ecclesiale si è esplicata, come ha ricordato papa Leone XIV nel messaggio per l’ultima Giornata mondiale del malato. La sessione tematica dedicata alla salute mentale, nel convegno organizzato dall’Ufficio nazionale di Pastorale della salute della Cei, diretto da don Massimo Angelelli, ha messo al centro la famiglia come luogo di cura.
A sottolineare «il ruolo che può avere la famiglia come agenzia educativa» è stato Stefano Vicari, docente di Neuropsichiatria infantile all’Università Cattolica di Roma e direttore dell’Unità di Neuropsichiatria infantile dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma: «C’è bisogno di adulti educanti – ha spiegato – e la famiglia ha un ruolo fondamentale nel promuovere salute mentale, solo eccezionalmente è la causa dei disturbi dei figli». In genere i genitori «possono essere parte della soluzione del problema, purché non sia un modello non rigido, ma che garantisca una presenza affettiva ed emotiva positiva, che accompagni i passaggi critici, come quello dall’infanzia all’adolescenza».
Dopo un breve excursus sulle teorie psichiatriche che hanno proposto interpretazioni diverse del ruolo della famiglia, la psicologa e psicoterapeuta Roberta Rossi (responsabile dell’Unità di ricerca psichiatrica dell’Irccs San Giovanni di Dio Fatebenefratelli di Brescia) ha precisato che «la presenza di relazioni affettive stabili, di una comunicazione aperta e di un adeguato sostegno emotivo riduce il rischio di isolamento sociale, dipendenze e comportamenti autolesivi. Anche nelle situazioni di malattia mentale grave, il coinvolgimento della famiglia può favorire l’aderenza ai trattamenti, migliorare la qualità della vita del paziente e contribuire alla prevenzione delle ricadute». Anche se per il benessere sia dei familiari, sia dei pazienti con disturbi mentali «esistono diversi modelli di psicoeducazione che hanno ampiamente mostrato la loro efficacia, purtroppo spesso per una serie di ragioni questi interventi non vengono erogati con sistematicità». Ma «se siamo tutti concordi nel vedere la malattia mentale come il risultato di una complessa interazione tra fattori biologici, ambientali, sociali e culturali, non includere nel processo di cura la famiglia significa proporre un intervento parziale» ha concluso Roberta Rossi.
Aspetti più problematici sono stati affrontati dalla psicoterapeuta Maria Beatrice Toro (direttore didattico della scuola Scuola di specializzazione in Psicoterapia cognitivo-interpersonale di Roma), specificando che «non è sempre vero che chi ha un disturbo mentale sia violento: è più facile che sia la vittima». Aggiungendo che «la violenza non è soltanto femminicidio o omicidio», Toro ha esemplificato che può partire anche da «silenzi ripetuti e mancate risposte, segno di una strategia evitante». La psicoterapeuta ha precisato che, se le violenze tra i partner sono bidirezionali, «le vittime di omicidi sono soprattutto donne: ne muore una ogni tre giorni» e che «la cultura patriarcale spiega molto, ma non esaurisce il problema». Maria Beatrice Toro ha specificato che, se pesano le esperienze avverse nell’infanzia, «il fattore protettivo più consistente è una sola relazione stabile e accogliente» che «può modificare la traiettoria evolutiva». Per la pastorale familiare, ha concluso Toro, la violenza «non è solo un problema morale, ma anche di regolazione». E ha indicato la necessità di «educare alla consapevolezza, costruire ambienti sicuri e accompagnare la regolazione». Concludendo che «la libertà nasce da integrazione neurobiologica, richiede ambiente sicuro e uno sguardo che riconosce. Ma la violenza è affrontabile e il cambiamento è possibile».
Infine sui temi molto dibattuti dell’intelligenza artificiale (IA) e dell’influenza dei social network sopratutto sui giovani è intervenuto lo psichiatra Tonino Cantelmi, direttore sanitario del Centro Don Guanella di Roma, presentando «dati sconcertanti sulla solitudine: un adolescente su due comunica i propri stati d’animo, problemi e angosce a una intelligenza artificiale, che diventa il principale amico». Ma ancora più preoccupante è «l’assenza di adulti nella loro vita. E l’uso dei coltelli è indice del bisogno di autodifesa, proprio perché non hanno più fiducia in adulti autorevoli e presenti nella loro vita: fin da bambini imparano ad aggregarsi in bande e a difendersi o aggredire, in assenza degli adulti». Ancora ai social è dedicato il parere pro veritate presentato da Cantelmi al tribunale di Milano nel corso della class action contro TikTok e Meta: «Ho evidenziato scientificamente come l’esposizione ai social, come sono architettati attualmente (costruiti come le slot machine), produce danni cerebrali e dipendenza nei minori, che non può essere attribuita al tempo di esposizione, o ai contenuti (non c’è responsabilità delle famiglie)». La soluzione però, conclude Cantelmi, «non è vietare ma costruire social adeguati a bambini e adolescenti, privi dei meccanismi intrinseci che favoriscono la dipendenza, in cui possano sperimentarsi».
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