Salute, il 94,2% degli italiani chiede a Google o all'IA

Una ricerca rivela una sfida inedita per i medici: il 14% dei pazienti modifica in autonomia le prescrizioni. Il consiglio degli esperti: più tempo per comunicare e maggiore empatia con il malato
February 3, 2026
Salute, il 94,2% degli italiani chiede a Google o all'IA
Ricerche online e intelligenza artificiale sono ampiamente usati dai pazienti/ IMAGOECONOMICA
 
Da tempo l’uso di Internet, e poi dei social network, ha modificato profondamente le relazioni sociali. Più di recente sono le applicazioni dell’intelligenza artificiale (IA) ad avere un impatto crescente, e a porre problemi inediti.
Non sfugge più a questa “rivoluzione” nemmeno l’ambito – quanto mai delicato – della cura della salute. Lo dimostra la ricerca presentata ieri a Milano realizzata dagli istituti Sociometrica e FieldCare, su incarico di Fondazione Italia in Salute e Fondazione Pensiero Solido.
L’indagine “Salute artificiale – Indagine su come gli italiani cercano, verificano e giudicano online la medicina” – realizzata su un campione di 993 cittadini italiani maggiorenni rappresentativi della popolazione nazionale – documenta infatti che ben il 94,2% degli italiani cerca informazioni mediche online, e il 53,3% lo fa regolarmente. Ma accanto alla “tradizionale” esplorazione della Rete con Google search (il 73,5% di chi cerca informazioni di salute), è entrata in gioco in maniera consistente anche l’IA generativa, utilizzata già ora dal 42,8% degli italiani. Un dato che ha sorpreso i ricercatori, visto che ChatGpt è stato reso pubblico solo a novembre 2022.
Nell’illustrare i dati principali, l’autore del rapporto, Antonio Preiti (economista dell’Università di Firenze), segnala anche la “frattura generazionale” negli strumenti utilizzati. Infatti gli over54 si riferiscono perlopiù alla ricerca su Google (93,1%), seguito da siti di salute e benessere (35,8%) e dagli strumenti di IA (ChatGpt, Gemini, Claude) solo al 26,1%. Viceversa nella fascia di età compresa tra i 18 e i 34 anni l’IA rappresenta già la prima scelta (72,9%), seguita da Google (57,4%) e dai siti specializzati (17,8%).
Quanto agli scopi della consultazione di strumenti digitali, il 41,5% vuole capire i sintomi, il 29,8% è spinto da una curiosità generale, il 9,5% verifica la diagnosi ricevuta dal medico, il 6,6% si prepara a una visita, il 5,7% per automedicarsi.
Quest’ultimo dato, assieme a quello che segnala la modifica o l’interruzione di una terapia prescritta da un medico in seguito alla ricerca di informazioni online o tramite IA (il 14,1% del campione, il 6% più di una volta o sistematicamente), viene considerato il più preoccupante. “Ribelli silenziosi” li ha definiti Antonio Preiti: «Inoltre l’85,7% consulta Internet prima o dopo la visita. E il 62,7% mette in dubbio le raccomandazioni ricevute. Si può dire che il medico è “sotto assedio” digitale». Tuttavia, puntualizza Preiti, la fiducia verso l’informazione sanitaria online non è assoluta: «Il 60, 5% della popolazione valuta le informazioni sulla salute trovate online o fornite da IA come “media” affidabilità».
La conclusione è che la tradizionale relazione medico-paziente si è trasformata in un triangolo: si aggiunge il mondo digitale. «Quel che non è chiaro – ha ammesso Preiti – è in quale direzione viaggino le frecce fra i tre angoli (medico-paziente-digitale/IA): è il digitale che mi porta al medico? O il paziente va al digitale senza passare dal medico?».
Federico Gelli ha richiamato la “sua” legge 24/2017 per sottolineare che «l’alleanza terapeutica tra medico e paziente ha un ruolo strategico, ma oggi si assiste a una divaricazione. L’innovazione tecnologica può essere una opportunità, ma il processo va governato, anche da parte dei professionisti sanitari».
Concorda Fabrizio Pregliasco, direttore della Scuola di specializzazione in Igiene e medicina preventiva dell’Università di Milano: «C’è l’esigenza di un rafforzamento delle capacità dei colleghi medici di usare in modo proattivo gli strumenti digitali nel contatto con il paziente. Occorre prevedere un miglioramento delle capacità di risposta del medico».
L’avvocato Maurizio Hazan ha ricordato che da parte del medico «serve empatia e un linguaggio chiaro per il paziente: ci sono sentenze che condannano il personale sanitario perché le prescrizioni, anche se esatte, erano incomprensibili per il paziente. Non va premiata l’anarchia dei soggetti, ma dev’essere recuperata la comunicazione, che è tempo di cura (come dice la legge 219/2017 sul consenso informato)».
«Se usata bene – ha puntualizzato Carlo Signorelli, docente di Igiene e sanità pubblica all’Università Vita-Salute San Raffaele – l’IA fa risparmiare tempo: per esempio per scrivere le lettere di dimissioni, sulla base dei dati della cartella clinica. Quel tempo risparmiato dal medico va “reinvestito” nel rapporto con il paziente: che arriva preparato, e che talvolta dubita delle prescrizioni».
«La parola chiave – ha concluso Antonio Palmieri, presidente Fondazione Pensiero Solido – è ascolto, che è la prima forma di comunicazione. L’IA è stata costruita per ascoltarci, e lo fa empaticamente, non ti interrompe, ti viene dietro. I medici sono sfidati sulla capacità di ascolto, a non essere superati da una empatia artificiale».

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