Antonia Arslan: perché non diamo più fiducia ai bambini?
La scomoda domanda della grande scrittrice nell’inserto speciale di Avvenire dedicato alla Giornata nazionale per la Vita di oggi

Domenica 1° febbraio Avvenire esce con un inserto speciale di 24 pagine a colori (a soli 30 centesimi in più del prezzo di copertina) dedicato alla 48esima Giornata nazionale per la Vita indetta dalla Chiesa italiana e che quest’anno ha per tema “Prima i bambini!” (qui il Messaggio della Cei). Tra gli articoli dello speciale, a cura di alcune delle più note firme di Avvenire, anche quello della scrittrice Antonia Arslan.
«I bambini ci guardano», si usava dire una volta nelle famiglie, quando fra i grandi erompeva un feroce bisticcio o una litigata di quelle serie, corredate da piatti rotti o brutte minacce: in quel momento l’atmosfera di casa si surriscaldava e i piccoli spalancavano gli occhi, ben consapevoli – come sono tutti coloro che si sentono inermi e si spaventano di fronte alla violenza delle forze scatenate dall’ira – di essere senza difesa se quell’ira si rivolge contro di loro.
I bambini ci guardano: spesso questa frase bastava a calmare i litiganti e a «riportarli a più miti consigli» (era subito dopo che veniva usata questa seconda frase correlata alla prima: anch’essa – a quel tempo – abituale...). Noi bambini (anzi, io bambina, nei miei ricordi) non eravamo abituati alla violenza verbale, alle urlate senza controllo, ed effettivamente spalancavamo gli occhi e ci rifugiavamo negli angoli più bui delle stanze: volevamo nasconderci agli occhi degli adulti, vergognandoci di vederli urlare “come bambini”. Le due categorie erano infatti ben distinte, nella nostra mente infantile: l’adulto proteggeva, nutriva e rispondeva ai tuoi bisogni, tu bambino eri padrone dei tuoi giochi, facevi le tue piccole ma preziose esperienze personali e potevi piangere e anche gridare.
C’era la guerra, allora. E io avevo imparato a vestirmi da sola, e in fretta, e a scendere poi subito nell’atrio per andare al rifugio. Avevo sei anni, ma sapevo benissimo che di certe cose non si doveva parlare. E così una sera dopo cena, quando mio padre mi disse, come al solito: «Adesso vai di là a giocare», io risposi, molto felice di mostrare che avevo capito tutto: «Ma io lo so già che adesso voi ascoltate Radio Londra, e che questo è un segreto». E allora tutti (nonno Yerwant, zia Enrica e i miei genitori) ne furono contenti: mi fecero i loro complimenti e io mi sentii molto soddisfatta.
Non c’è stato grande progresso in seguito nella cura dei bambini. Sono molto spesso inquieti e insoddisfatti, oggigiorno; il rumore insulso e pervasivo e la violenza assurda che ci circondano ne alterano la crescita equilibrata, e i loro occhi spesso sembrano opachi, non riflettono più luce. Ci viene detto, tuttavia, che oggi i bambini sono molto più protetti e accuditi: legioni di “esperti” sono affaccendati a seguirli già fin dai primi mesi della gravidanza, quello stato fisico femminile che non è più considerato con tranquillità, come una tappa possibile – e spesso frequente – nella vita di una donna giovane, ma come una condizione di estrema fragilità (se non di malattia...), cui provvedere con un numero pressoché infinito di consigli, prescrizioni, e infine divieti.
Dopo la nascita della creatura, è un delirio. Mi è capitato di recente di incontrare giovani madri prostrate dai sensi di colpa che, confuse e smarrite nella marea di suggerimenti e diktat più o meno fondati, si rifugiano in un’obbedienza cieca e assoluta al pediatra, psicologo o specialista di turno: le povere ragazze non guardano più davvero in faccia i loro bambini, e nel dubbio (qualsiasi dubbio o incertezza) semplicemente rinunciano, non ascoltando più né se stesse, né il loro bambino e i messaggi che – con lo sguardo, la voce e i gesti – egli tenta di comunicare.
E così succede che anche i nostri bambini – apparentemente dei privilegiati cui non manca nulla – sono delle piccole vittime: di mode che vengono imposte come verità cui è obbligatorio credere, e che poi si appannano per dar luogo alla verità successiva (basti pensare alla questione del latte materno); e di madri in continua apprensione che non credono in sé stesse e nello strettissimo rapporto “naturale” col loro bambino, rapporto al quale sono indotte a non dare nessun credito – e questo, ricordiamolo, mina profondamente non solo la loro serenità e fiducia in sé stesse, ma anche purtroppo il benessere del piccolo, per il quale la fiducia nella madre è vitale elemento di crescita equilibrata.
E poi succede che i figli vengono nervosamente protetti da ogni esperienza che sia anche minimamente faticosa o dolorosa, dalla sbucciatura di un ginocchio al compitino di scuola: ma maestri e professori sono lì a testimoniare come il continuo intervenire dei genitori di oggi nel normale andamento scolastico sia diventata una vera e propria emergenza, una malattia del comportamento che si esprime in un diluvio di email, messaggi via Whatsapp, chat di classe ed estenuanti chiacchiere senza fine: nonché nell’insidiosa tentazione dei genitori di sostituirsi alla scuola, col pretesto di sapere meglio di chiunque come trattare il proprio figlioletto (di solito purtroppo con deplorevole indulgenza).
Nel corso delle mie ventennali peregrinazioni attraverso l’Italia al seguito della Masseria delle Allodole, da tanti professori angustiati mi sono stati raccontati episodi e fatterelli che vanno dal divertente all’allucinante. A parte i collegamenti mai interrotti col cellulare, pretesi da madri ansiose e ansiogene, c’è chi, a casa, corregge il correttore, immaginando di segnalare errori dell’insegnante (e invece aggiungendone di propri); altri sdottoreggiano, chiedendosi se è giusto... «riempire la testa del mio bambino di inutili informazioni»; c’è poi chi serenamente sostiene che la matematica, o la fisica, o la geografia, o la storia, sono materie inutili, perché a lui (o lei) genitore non sono servite, ha fatto carriera lo stesso. E tutti continuamente intervengono.
Non è di questo che hanno bisogno i nostri bambini. Lasciamoli crescere usando saggezza e rispetto, queste creature apparentemente tanto fortunate, in realtà spesso infelici, fragili, insicure: piantine che ricevono troppa acqua, soffocate da genitori altrettanto infelici, che non riusciranno ad aiutarle a crescere secondo come natura – e cura - comandano..,
Non siamo esseri perfetti – e non dobbiamo crederci tali. Siamo esseri imperfetti, siamo legno storto, che ha nel cuore il sogno – e la visione – dell’infinito. Il Signore ha detto «lasciate che i bambini vengano a me»: ma non ha detto che non siano anch’essi toccati dal male, che ci colpisce tutti – proprio perché siamo uomini, e perciò imperfetti. Il famoso racconto del 1898 Il giro di vite di Henry James, nella sua geniale ambiguità, lo mette in scena con cristallina chiarezza.
Neanche i bambini sono perfetti: sanno molto bene – e presto – cos’è il male. E vanno aiutati a conoscerlo e a evitarlo, con fatica e fiducia. E certo, sono tanti nel mondo i bambini che soffrono, di fame, di freddo, di abbandono, di guerra: e la loro angoscia grida verso di noi. È giusto cercare di amarli, di aiutarli, e combattere per loro.
Ma l’angoscia inespressa di questi nostri ben nutriti e viziati bambini dai cuori abbandonati, insidiati da predatori astuti che li assaporano come bocconi prelibati, approfittando del loro innocente desiderio di ascolto e di vera guida, possiamo davvero ignorarla? Possiamo davvero voltarci dall’altra parte quando – e se – ci capita di poter aiutare loro, o i loro genitori, sperduti in un mondo molto più profondamente ostile all’infanzia di quello che ci si vuol far credere?
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