Arturo il motivatore: una gamba in meno, ma molto in più
Ha praticato nuoto, body building, taekwondo, gioca a calcio, nella Roma. Nato privo di un arto inferiore, a 33 anni è un vero personaggio: come “speaker motivazionale” trascina gli eventi cui è invitato. Anche lui protagonista al convegno nazionale di Bergamo del Servizio Cei per la Pastorale delle persone con disabilità

Dal 19 al 21 marzo Bergamo ospita il 5° Convegno nazionale del Servizio Cei per la Pastorale delle persone con disabilità. Ecco una delle tante voci che daranno vita all'animato forum (qui il programma; per le altre storie di protagonisti del convegno clicca qui)
La sua filosofia di vita è basata sulla “proabilità”, termine che ha coniato per sottolineare che ognuno ha in sé grandi potenzialità, al di là della propria condizione fisica. Del resto, lui ne è l’emblema, avendo fatto del superamento dei limiti la propria missione. Parliamo di Arturo Mariani, 33enne romano nato senza l’arto inferiore destro. Questo non gli ha impedito di giocare nella Nazionale italiana calcio amputati, di praticare taekwondo, nuoto, body building, fino a fondare la Roma calcio amputati, squadra di cui è capitano.

Ha all’attivo sette libri e in qualità di speaker motivazionale incontra gli studenti di tutta Italia per «portare autenticità e un esempio che faccia dire loro “posso farcela”». Ribaltare la percezione di un limite in un’opportunità, per Mariani è possibile solo se si lavora sulle parole che hanno il potere di «modificare la percezione che abbiamo della realtà» e soprattutto affrontando «le cose con leggerezza, che è il contrario di superficialità». Una consapevolezza che Arturo ha maturato in famiglia. Fondamentali sono stati l’esempio dei genitori e il loro incitamento costante. «Persone di fede che nonostante tutto quello che hanno affrontato hanno sempre mantenuto quello stato di leggerezza – rimarca il mental coach –. Nella mia condizione poteva succedere facilmente il contrario, ovvero di tenermi sotto una campana di vetro per tutte quelle paure, quelle difficoltà che potevo affrontare “fuori” e che ci sono state comunque».

Invece è accaduto l’esatto contrario, sono stati proprio loro a spronarlo a praticare diversi sport. Pensando al papà riflette che raramente si è complimentato per un successo. «Di “bravo” non me ne ha detti così tanti nella vita – racconta –. Ma quei pochi detti son quelli che mi hanno fatto capire tutte le volte che mi ha messo alla prova. È importante, soprattutto da giovani quando non si vogliono affrontare le difficoltà. Se non c’è qualcuno che ti spinge a buttarti oltre quel limite che senti di avere, diventa complicato. Penso tra che l’altro sia un compito educativo».

Non di rado, al termine di un incontro nelle scuole, Mariani viene avvicinato da studenti che confessano di aver bullizzato l’amico disabile. In questi casi, secondo il mental coach, va considerato anche il disagio dell’aggressore. «Bisogna comprendere e abbracciare – afferma –. Spesso anche chi bullizza soffre, ha problemi che manifesta in maniera non ortodossa e ha bisogno di aiuto quanto, e forse anche di più, di chi subisce».
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