Quando i bambini diventano “armi improprie” nelle guerre

In tutti i conflitti in corso l’infanzia è usata come strumento per combattere il nemico: rapimenti, bimbi-soldato, prime vittime nelle violenze contro la popolazione. Nello speciale di Avvenire per la Giornata nazionale per la Vita del 1° febbraio il dossier di Nello Scavo sui bambini negli scenari bellici
February 1, 2026
Quando i bambini diventano “armi improprie” nelle guerre
Bambini accampati Khan Yunis, nella Striscia di Gaza
Domenica 1° febbraio Avvenire esce con un inserto speciale di 24 pagine a colori (a soli 30 centesimi in più del prezzo di copertina) dedicato alla 48esima Giornata nazionale per la Vita indetta dalla Chiesa italiana e che quest’anno ha per tema “Prima i bambini!” (qui il Messaggio della Cei). Tra gli articoli dello speciale, a cura di alcune delle più note firme di Avvenire, anche quello dell'inviato speciale Nello Scavo.
Succede quando una guerra non si accontenta di vincere sul terreno: vuole vincere sul tempo. E allora colpisce la cosa più fragile e più decisiva che esista: l’infanzia. “Bambini rubati” non è un’immagine, è un metodo: è il titolo nascosto di molte storie che tornano, dall’Europa ai fronti di guerra.
Il rapimento di minori, la loro “rieducazione”, la cancellazione di lingua, nome, memoria familiare, non sono solo crimini collaterali: sono un dispositivo politico. Dove gli adulti resistono, i bambini possono essere piegati; dove la propaganda non convince, l’infanzia viene adottata, registrata, ribattezzata. La violenza qui non è solo fisica: è amministrativa. È un timbro, una firma, un modulo; è la burocrazia messa al servizio dell’oblio.
Chi ha raccontato conflitti e deportazioni lo sa: le linee del fronte si vedono nelle mappe, ma la vera frontiera è spesso una cartella clinica, un orfanotrofio, un tribunale che “certifica” l’assenza dei genitori, una lista di nomi riscritti. La pulizia etnica, quando non può espellere tutti, tenta di assorbire i più giovani: trasformare una generazione in “altri”, rendere irreversibile la frattura. È la guerra che continua dopo la guerra, perché colpisce la genealogia.
C’è un tratto che ritorna, da continente a continente, e che nella guerra in Ucraina è stato “perfezionato” dal sistema di trasferimento forzato messo in campo da Mosca: l’uso della vulnerabilità come scorciatoia morale. Si dice: “li salviamo”, “diamo una famiglia”, “offriamo un futuro”. Le parole diventano garze su una ferita che però è stata inferta deliberatamente. Perché il salvataggio, se nasce da un’occupazione, da una repressione, da una deportazione, non è neutro: è un atto di potere. E quando un potere decide chi è orfano e chi no, chi merita un nome e chi un numero, la compassione diventa un’arma.
Nel lavoro di inchiesta, le storie dei bambini sottratti arrivano quasi sempre in frammenti: una foto sgualcita, un vocale, un certificato che non coincide, una madre che ripete la stessa domanda (“dove l’avete portato?”) come un rosario laico. Non c’è “scambio” possibile: un bambino non è un prigioniero, non è una merce, non è una pratica da chiudere. Eppure viene trattato così: trasferito, smistato, assegnato.
Lo stesso dispositivo – sottrarre futuro – lo abbiamo visto e documentato anche senza rapimenti “ufficiali”, lungo i sentieri dei migranti. Sulla rotta balcanica il confine diventa una macchina che produce minori soli: famiglie respinte che si nascondono nei boschi per non essere separate, adolescenti che giocano al “Game”, come viene chiamato dai profughi il lungo tracciato tra ostacoli della natura e manganelli chiodati, prima di raggiungere l’Europa dopo essere rimandati indietro più volte. Bambini che imparano presto a non piangere per non farsi sentire. Nel cantone bosniaco di Una–Sana, in pieno inverno, la fotografia era brutale: centinaia di minorenni bloccati in mezzo alla neve, tra minori non accompagnati e bambini con le loro famiglie, ai margini dei campi e delle procedure.
I segni sul corpo di chi attraversa quei confini – lividi, fratture, ferite – non erano “incidenti”, ma un linguaggio di deterrenza. E quando Bruxelles è stata costretta a guardare, dopo denunce su violenze e respingimenti, il tema non era più solo l’immigrazione: era la legalità dei nostri confini. L’Agenzia Ue per i diritti fondamentali ha chiesto di monitorare i comportamenti delle polizie. Tradotto: la sicurezza non dovrebbe diventare una licenza di abuso, soprattutto quando davanti hai bambini.
A un certo punto, sulle rotte della paura, restano soprattutto gli incubi: minorenni soli, riammissioni “informali”, volontari che medicano e ascoltano, e l’età che diventa una condanna invece che una protezione. È in quei dettagli che si misura la distanza tra i principi scritti e le prassi quotidiane.
Come in Libia, dove l’infanzia non è nemmeno più una promessa: è ostaggio. Abbiamo scritto del buco nero delle prigioni ufficiali e clandestine, della violenza come economia (estorsione, traffico, compravendita di corpi), e di un Paese che per molti resta una trappola. E quando l’Onu denuncia torture e stupri nei campi, non sta descrivendo “eccessi”: sta spiegando il funzionamento ordinario di un mercato di esseri umani.
Quando “Medici senza frontiere” ha sospeso le attività nei centri di detenzione di Tripoli, nelle motivazioni c’era una frase che non dovrebbe esistere nel lessico del XXI secolo: le mamme non hanno neanche il latte per i neonati. È l’immagine di una civiltà che si ritira. E ogni volta che l’Europa delega a quel sistema la gestione dei respingimenti, la domanda non è più “quanti arrivano”, ma “che cosa stiamo pagando perché non arrivino”, e con quale moneta morale.
E in quella stessa guerra sporca, c’è un altro scivolamento: dall’essere vittime all’essere “materiale bellico”. Abbiamo visto, ascoltato, descritto i migranti arruolati coi ricatti dalle milizie libiche, “carne da cannone” senza nome, e quando anche i bambini finiscono dentro questo ingranaggio, reclutati o usati come scudi di un conflitto che li divora due volte: prima come profughi, poi come soldati.
E poi la Turchia. Nel 2014, a Istanbul, a tre anni dall’inizio della guerra in Siria, c’era Sawsan: un neonato di Aleppo in braccio, il gesto pudico dell’allattare e poi la mano tesa ai passanti su Istiklal, la strada delle vetrine. In quel contrasto – il latte e le luci, la fame e lo shopping – c’era già tutta la geografia morale della guerra siriana esportata: milioni di rifugiati e un’infanzia costretta a diventare adulta in anticipo.
Negli anni successivi la frontiera turca ha mostrato l’altro volto: non solo accoglienza, ma chiusura armata. In quei giorni giunse notizia di una strage al confine con la Siria, con quattro bambini tra le vittime. Un episodio diventato il simbolo più oscuro della Giornata mondiale del rifugiato: l’infanzia colpita mentre cerca una via di fuga, mentre gli adulti discutono di accordi e di “contenimento”. E il volto era quello Alan Kurdi, il bimbo di 3 anni morto affogato nell’Egeo e deposto dal mare su una spiaggia turca. A poca distanza, lontano dalle telecamere, c’era l’infanzia che sparisce nei campi e nelle fabbriche. Come a a Beirut dove i piccoli di origine siriana ancora oggi da mattina a sera chiedono l’elemosina agli automobilisti. Quando un bambino smette di studiare per sopravvivere, non è solo povertà: è una guerra che continua con altri strumenti, è un futuro sequestrato senza bisogno di rapimenti.
Se mettiamo insieme questi frammenti – i bambini sottratti nei conflitti, i minori che scompaiono lungo i confini, i neonati senza latte nei lager, i piccoli rifugiati trasformati in manodopera, i minori spinti a combattere – vediamo lo stesso disegno: l’idea che l’infanzia sia spostabile, adattabile, sacrificabile. La pulizia etnica, oggi, non sempre ha il volto dei massacri. A volte ha quello di una pratica, di un trasferimento, di un respingimento, di un reclutamento “di fortuna” che cancella l’età e la coscienza.
E allora la domanda non è solo che cosa succede “là”, ma che cosa succede “qui”, quando normalizziamo. Servono corridoi di identificazione e ricongiungimento, accesso indipendente agli istituti, tracciabilità delle procedure, tutela legale reale per i minori lungo le rotte. Ma serve anche il mestiere del racconto: raccogliere nomi e date, ascoltare senza usare il dolore come spettacolo, conservare prove. Perché la prima restituzione possibile, quando tutto il resto fallisce, è restituire un nome e un legame.

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