Rifiuti hi-tech, siamo saturi. I consumi responsabili dove sono?

I prodotti tecnologici a obsolescenza (sempre più) programmata producono una quantità di scarti senza precedenti. Un fenomeno che pone una questione etica
April 19, 2026
Rifiuti hi-tech, siamo saturi. I consumi responsabili dove sono?
Il 18 aprile è uscita su “Avvenire” la prima pagina di “S&V Focus Plus”, il nuovo appuntamento periodico del Centro Studi Scienza & Vita su Avvenire: uno spazio di approfondimento sui grandi temi al crocevia tra scienza, etica e società. Il primo documento di studio di Scienza & Vita è dedicato all’inquinamento digitale, riassunto e illustrato dal filosofo Giampaolo Ghilardi e spiegato nel linguaggio dei cartoon con un video (www.scienzaevita.org/inquinamento-digitale/). Qui l’approfondimento del segretario generale di Scienza & Vita sul tema dello “spreco tecnologico”.
Avete mai notato come lo smartphone comprato tre anni fa sembri improvvisamente “lento”, proprio quando il nuovo modello arriva nei negozi? O come il computer che funzionava benissimo abbia cominciato ad arrancare dopo un aggiornamento? Non è una vostra impressione. Si chiama “obsolescenza programmata”, ed è una delle forme più pervasive – e meno discusse – di inquinamento digitale. Il fenomeno non è nuovo. Risale agli anni Trenta, quando alcune grandi aziende americane iniziarono a progettare prodotti destinati a durare meno, per accelerare il ricambio e aumentare i profitti. Nell’era digitale questa strategia si è raffinata e resa più sottile, diventando quasi del tutto invisibile.
Obsolescenza invisibile
Oggi l’obsolescenza non passa più dalla sola rottura fisica. Si insinua nel software: un aggiornamento rallenta i dispositivi più vecchi, o la fine del supporto tecnico li rende vulnerabili e di fatto inutilizzabili. Si nasconde nella “compatibilità limitata”: le nuove app non girano sui telefoni di due generazioni fa, anche se tecnicamente potrebbero. Si costruisce attraverso dispositivi volutamente non riparabili, con batteria e schermo incollati anziché avvitati, così da scoraggiare qualunque manutenzione. Il messaggio è chiaro: cambialo, non aggiustarlo! Dietro queste scelte ci sono decisioni progettuali precise. Quando la finalità non è durare il più possibile ma essere sostituito nel minor tempo, anche la scelta dei materiali e la logica del design cambiano di conseguenza. La modularità viene sacrificata sull’altare di costi più bassi e forme più attraenti. Il risultato è un circolo vizioso: prodotti progettati per rompersi, consumatori costretti a comprarne di nuovi, rifiuti elettronici che si accumulano.
Il costo nascosto
I costi ambientali e sociali sono enormi e in larga parte invisibili. I dispositivi scartati diventano e-waste, rifiuti tossici che inquinano suolo, acqua e aria: decine di milioni di tonnellate ogni anno. Il modello del continuo ricambio è in aperta contraddizione con l’economia circolare, che promuove riparabilità, riutilizzo, riciclo. E la pubblicità fa il resto: campagne di marketing trasformano in “vecchio e inadeguato” ciò che funziona ancora perfettamente, convincendo i consumatori a sostituire dispositivi del tutto efficienti.
L’uomo antiquato
Il filosofo Günther Anders descrisse la condizione dell’ “uomo antiquato”: chi non riesce a stare al passo con l’accelerazione tecnologica si ritrova progressivamente escluso. Oggi questa esclusione è concreta: chi non può permettersi aggiornamenti continui viene tagliato fuori da opportunità lavorative, scolastiche, sociali. Nasce così una nuova disuguaglianza digitale, in cui i più poveri sono sistematicamente penalizzati. La tecnologia che si presenta come strumento di inclusione produce, paradossalmente, nuove forme di esclusione.
Cambiare rotta è possibile
Esistono percorsi concreti. L’Unione Europea si sta muovendo con le normative sul “diritto alla riparazione”. Potrebbero affermarsi modelli economici alternativi – come l’abbonamento a servizi digitali anziché l’acquisto di hardware destinato all’obsolescenza – capaci di disaccoppiare il profitto dal ciclo rapido dei prodotti. Sul piano culturale, è urgente promuovere una cultura del consumo responsabile: un dispositivo che funziona è un bene da proteggere, non un oggetto di cui vergognarsi, magari solo perché non è un modello appena uscito. Questo documento di studio del Centro Studi Scienza & Vita non vuole in alcun modo essere un atto d’accusa contro la tecnologia. Piuttosto, è un invito a pensare: la qualità della nostra vita digitale non si misura da quanto spesso cambiamo i dispositivi, ma dalla “sapienza” con cui sappiamo usarli.
Maurizio Calipari è bioeticista e segretario generale di Scienza &Vita

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