Perché la salute non è più un diritto per tutti?
L’Oms denuncia. in Europa disparità crescenti, mentre il Papa ricorda che assicurare le cure a tutti «è un imperativo morale»: «L’accesso non può essere un lusso per pochi, la copertura sanitaria universale è garanzia per i più vulnerabili»

C’è un legame tra benessere sanitario e pace che chiama tutti alla responsabilità. Ancor più in una Europa che attraversa una crisi permanente e in un mondo che vive una crisi sanitaria globale. Ecco che così, per superare le diseguaglianze – a cominciare da quelle in ambito sanitario – nel ripensare le politiche sociali occorre partire dalla vulnerabilità, perché è in quel contesto che la patologia è più presente. Basta pensare - tanto per fare un esempio - al fatto che le differenze nel Vecchio Continente sono evidenti già prima dell’età scolare, con una percentuale che anche nelle aree ricche oscilla tra il 32 e il 74% dei bambini che arriva a scuola affamata. Oppure al fatto che i bambini provenienti da contesti svantaggiati mostrano tassi di mortalità più elevati e una salute peggiore, con il 26% delle ragazze e il 18% dei ragazzi che segnalano condizioni fisiche precarie.
I dati del secondo rapporto paneuropeo dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) sullo stato dell’equità sanitaria, presentati in forma di anticipazione nel convegno promosso dal Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa e dalla Conferenza episcopale italiana, dal titolo “Oggi chi è mio prossimo?” a Roma, parlano di una sfida non più rinviabile per l’Europa: quella dell’equità sanitaria.
Un concetto ribadito anche da Leone XIV che ha incontrato in udienza privata i partecipanti all’evento. «La salute – le sue parole – non può essere un lusso per pochi, ma è una condizione essenziale per la pace sociale. Una copertura sanitaria universale non è soltanto un obiettivo tecnico da raggiungere, è prima di tutto un imperativo morale per le società che vogliono definirsi giuste». Papa Leone ha invitato poi a porre «uno sguardo urgente» sulla salute mentale, in particolar modo dei giovani, «perché le ferite invisibili della psiche non sono meno pesanti di quelle visibili». La tutela e la cura della salute devono essere accessibili «ai più vulnerabili perché ciò è richiesto dalla loro dignità e anche per evitare che un’ingiustizia diventi insieme di conflitti». La distanza, la distrazione, l’assuefazione alle visioni di violenza e sofferenza ci spingono infatti verso l’indifferenza. «Ogni uomo e donna – ha ribadito il Papa –, in particolare il cristiano, è chiamato a fissare lo sguardo su chi soffre, sul dolore delle persone sole, su quanti per vari motivi vengono emarginati e considerati come scarti, perché senza di loro non potremmo costruire società giuste a misura di persone». «È illusorio pensare – ha concluso il Papa – che ignorando questi fratelli e queste sorelle sia più facile raggiungere una condizione di felicità».
Di equità, stando ai dati forniti dall’Oms nel Vecchio Continente, ce n’è ben poca. A cominciare dall’aspettativa di vita che per le donne ha una differenza di 9 anni (dal 62 a 71) e 14 per gli uomini (da 58 a 72). L’ineguaglianza ha un costo totale annuale che in Europa si aggira tra i 100 e i 200 miliardi di euro. Le differenze di partenza (non è solo economiche) portano, ad esempio, ad avere il 60% dei giovani che non hanno fiducia in sé stessi e negli altri. In più circa la metà delle donne in media e un quarto degli uomini sono nella categoria dei Neet. La povertà ad esempio porta 2,6 volte in più nelle donne e 2,7 volte in più negli uomini alla possibilità di soffrire di problemi di salute. Eppure con programmi mirati si potrebbe migliorare del 10% il benessere generale e la salute, in particolar modo dei giovani, favorendo l’occupazione. Un focus da non sottovalutare è la salute mentale, visto che ansia e depressione sono aumentati del 60% in Europa, con un costo per la società che per la salute mentale si aggira intorno ai 99 miliardi di euro all’anno a cui vanno aggiunti 43 miliardi di risorse pubbliche. Eppure investire anche solo l’1% del Pil di uno Stato in protezione sociale e sanitaria potrebbe migliorare la vita di molte persone in pochi anni (in un Paese di 80 milioni di persone la stima è di 300mila). E avere un ritorno positivo anche per lo Stato con una crescita del 29% delle entrate fiscali, una riduzione del 30% dei ricoveri in emergenza e un aumento dell’80% di fiducia e coesione sociale.
«Toccare le fragilità altrui è toccare le proprie e la speranza che stiamo dando agli altri la stiamo dando a noi stessi. Come ci ricorda sant’Agostino, la misericordia non è altro che caricarsi nel cuore un po’ della miseria altrui». Il segretario generale della Cei, l’arcivescovo di Cagliari Giuseppe Baturi, nel ricordare l’impegno della Chiesa nel farsi carico delle ferite degli altri, sottolinea come «curare significa, etimologicamente, osservare e vedere: il Buon Samaritano si ferma perché vede la sofferenza, laddove altri passano oltre. Promuovere una cultura della cura significa dunque combattere l’incuria e l’indifferenza, riscoprendo che la misericordia arricchisce innanzitutto chi la esercita». In conclusione il segretario della Cei ha ribadito che l’amore verso il prossimo deve farsi politica, «nel senso – ha sottolineato – più alto del termine, ovvero l’impegno per organizzare la società affinché tutti stiano meglio. Questo implica difendere il pluralismo delle istituzioni, favorire la partecipazione delle comunità al bene comune e, soprattutto, dare voce a chi non ne ha». Per questo da monsignor Gintaras Grušas, presidente del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa, è arrivato l’impegno a creare una sezione in Ccee proprio su questo. La ricostruzione dell’Europa richiede «una ripartenza sociale ed economica – ha aggiunto – che non lasci indietro nessuno, investendo prioritariamente sulla famiglia, sulla difesa della vita e sulle giovani generazioni». Tra le questioni più urgenti da affrontare c’è inoltre la solitudine, dei giovani e degli anziani – ha ricordato il ministro della Salute Orazio Schillaci – ed è associata a un aumento del rischio di depressione, ansia e disturbi cognitivi. Numerosi studi indicano correlazioni anche con patologie cardiovascolari, declino funzionale e maggiore mortalità». L’urgenza, per Hans Henri Kluge, direttore generale in Europa dell’Oms, è il «rafforzamento dei sistemi di tutela sociale per proteggere i soggetti più vulnerabili, evitando a una famiglia di dover decidere se mangiare o comprare le medicine». E questo lo si può fare con «la copertura sanitaria universale che significa assicurare a tutti l’accesso a cure di qualità accessibili economicamente».
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