Michele vive ancora con Stella: la cura cambia solo forma
di Grazia Micarelli
La storia di un legame profondo e intenso che dà molto frutto anche quando il percorso della Sla arriva al suo termine. La Giornata nazionale 2026 illumina (di verde, come sempre) un intero popolo che vive ogni giorno storie come questa

Alla vigilia della XIX Giornata nazionale Sla (Sclerosi laterale amiotrofica), in calendario il 18 settembre, la storia di Stella mostra ciò che accade quando un amore non si chiude nel dolore ma diventa casa per altri. La “notte verde” che “colora” la Giornata illumina un intero popolo.
Stella parla con Michele ogni giorno. Gli racconta di Calogero, Daniele e Nadia. Gli racconta i passi del Cammino di Santiago, le giornate in cui riesce a sorridere e quelle in cui il dolore occupa tutto lo spazio. Michele è morto lo scorso dicembre. Il loro dialogo, no.
Non è una fuga dalla realtà. Stella sa che cosa è accaduto. Sa che la morte non si aggira con le parole e che il lutto non è una porta da chiudere alle proprie spalle. Ma sa anche che un legame non diventa falso quando perde la presenza fisica. Può diventare memoria, responsabilità, gesto. Può perfino cambiare destinatario senza tradire la propria origine.
Per diciotto anni e mezzo la Sla attraversa la vita di Michele La Pusata e della sua famiglia. Gli sottrae progressivamente il movimento e la voce, non la facoltà di prendere posizione. Michele comunica con gli occhi, usa la tecnologia per sentirsi ancora autonomo, scrive e studia. Nel giugno 2025 si laurea con 110 e lode in Scienze religiose. Non perché la malattia renda eccezionale ogni traguardo, ma perché nessun corpo, per quanto fragile, esaurisce il desiderio di conoscere e di dare forma al proprio tempo.
Al suo libro Michele affida un titolo che contiene una visione intera: «La vita non è un peso (altrimenti non riuscirei a sollevarlo)». Non è l’ottimismo facile di chi nega la fatica. Quelle pagine nascono dentro la dipendenza, la paura e la perdita. Eppure, raccontano anche una «vitalità senza confini», resa possibile dall’amore di Stella, dei figli, degli amici. Quando Michele cerca il nome della forza che lo tiene dentro la vita, lo trova sempre nello stesso luogo: «È l’amore che mi mantiene in vita».

Oggi quella frase non appartiene soltanto al passato. Ha cambiato soggetto. Stella non può trattenere Michele nel tempo, ma può impedire che ciò che hanno vissuto si chiuda con lui. Continua a crescere i loro figli, continua a nominarlo, continua a stare accanto alle famiglie che incontrano la Sla. Gli ausili e i materiali che hanno sostenuto la loro quotidianità passano ad altre case. Perfino gli oggetti della cura proseguono il viaggio: ciò che ha custodito una vita ora aiuta a custodirne un’altra.
Stella avrebbe ogni ragione per allontanarsi. Per difendersi da tutto ciò che riapre una ferita. Sceglie invece di restare. Non perché la sofferenza sia buona o debba essere trasformata per forza in una lezione. Resta perché la conoscenza maturata in tanti anni — quella che nessun manuale contiene — non vada perduta. Perché un’altra moglie non debba imparare tutto da sola. Perché un figlio trovi qualcuno capace di riconoscere la sua paura. Perché una famiglia appena raggiunta dalla diagnosi incontri, prima della burocrazia e prima delle definizioni, una persona.
Forse il volontariato comincia precisamente qui. Non nel tempo che avanza, non in una generosità senza costo, ma in un amore che cambia destinatario e decide di non finire. È il dolore che, senza smettere di essere dolore, rifiuta di diventare una stanza chiusa. È una storia privata che non si esibisce e tuttavia apre la porta alla storia di qualcun altro.
La comunità Sla è fatta così. Dalle persone che convivono con la malattia e continuano a scegliere. Dalle famiglie che imparano alfabeti nuovi per comprendere uno sguardo. Dai figli che crescono più in fretta senza per questo dover rinunciare all’infanzia. Dai professionisti che entrano nelle case sapendo che la competenza, da sola, non basta. Dai volontari che rispondono a una telefonata, accompagnano un passaggio, restano quando sarebbe più semplice voltarsi. Non stanno intorno alla vita degli altri. Ne condividono, per un tratto, il peso e la possibilità.
Michele e Stella lo dicono insieme già nel 2021: «La condivisione salva, la solitudine uccide». Non è una frase contro l’autonomia. È la sua condizione più vera. Nessuno è autonomo perché non ha bisogno di nessuno. Si è autonomi quando relazioni, strumenti e competenze restituiscono la possibilità di decidere. Michele muove soltanto gli occhi e si sente autonomo davanti a un computer. Sembra un paradosso; è invece una lezione civile. La libertà non coincide con l’autosufficienza. Comincia quando la dipendenza non diventa dominio, abbandono o esclusione.
Per questo la cura non è il contrario della malattia. È il contrario dell’abbandono. Non è soltanto affetto, perché richiede precisione, preparazione, continuità. Non è soltanto prestazione, perché senza relazione può lasciare una persona perfettamente assistita e radicalmente sola. La cura è amore per la vita quando l’amore accetta di farsi competente, affidabile, quotidiano. Quando non sostituisce la volontà dell’altro, ma le permette di esistere.
Domani sera, alle 19.45, l’Italia si accende di verde. Per una notte edifici, torri, ponti, piazze e case private rendono visibile la XIX Giornata nazionale Sla. Non servono nuovi impianti né sprechi di energia: basta una semplice gelatina verde sull’illuminazione già presente. Una luce sobria, che concentra tutta l’attenzione su ciò che rivela.
Quella luce non illumina una diagnosi. Illumina un popolo. Le persone con Sla, le loro famiglie, chi le cura, chi le accompagna, chi ha perduto qualcuno e continua a esserci per chi arriva dopo. Un popolo senza confini amministrativi e senza uniformi, riconoscibile da una scelta elementare e immensa: nessuna vita deve essere lasciata sola proprio quando diventa più fragile.
I monumenti verdi non sono la cura e non pretendono di esserlo. Servono a mostrare che la cura è già all’opera, spesso lontano dagli occhi: in una mano che sistema un cuscino, in un comunicatore che restituisce una frase, in un volontario che conosce il nome di una famiglia, in una madre che continua a raccontare ai propri figli il sorriso del loro padre. La luce pubblica incontra così la vita privata senza invaderla. Le dice soltanto: ti vediamo, appartieni alla comunità, la tua fatica non è un affare domestico da consumare in silenzio.
La storia di Stella impedisce anche un equivoco. Accompagnare una persona non significa smettere quando quella persona muore. Se la Sla entra nella vita di una famiglia, la comunità non può congedarsi sulla soglia del lutto. La cura cambia forma. Diventa ascolto del dopo, attenzione ai figli, aiuto nelle cose concrete, custodia di legami che il dolore rende più vulnerabili. Restare non cancella l’assenza. Le impedisce di trasformarsi in abbandono.
Michele pensava alle famiglie che sarebbero venute dopo di lui. Stella oggi abita quel pensiero. Non ne fa un monumento, ma un servizio. È questa la differenza tra commemorare e continuare: la memoria guarda indietro, la fedeltà mette in movimento ciò che ha ricevuto.
Il titolo del suo libro dice che la vita non è un peso. La storia di Stella aggiunge una verità che Michele conosceva bene: il peso più feroce è dover sollevare la vita da soli. Quando qualcuno prende l’altro capo, la fatica non scompare, la malattia non arretra, il dolore non diventa più giusto. Ma la vita torna a essere condivisibile. E ciò che è condivisibile può ancora generare presenza, libertà, futuro.
Domani l’Italia resta verde per una notte. Poi le luci si spengono. Stella resta. Restano i figli, le famiglie, i professionisti, i volontari. Resta questo popolo meraviglioso, che non chiede di essere celebrato ma riconosciuto. La luce ha compiuto il proprio dovere quando smette di attirare lo sguardo su di sé e permette finalmente di vedere chi c’è. Perché la cura è l’amore per la vita quando decide di restare.
Iscriviti alla newsletter settimanale gratuita di “è vita”: clicca qui.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire Temi






