Il primo giorno di scuola, un’attesa di bene
«Nei banchi di una prima elementare il mio nipotino e tanti volti fiduciosi. Mi commuove, tutta questa vita»

Lunedì 13 settembre, ore 9, la scuola elementare di una città ligure. Prima A, sono arrivati: eccoli in una foto sullo smartphone seduti nei banchi, il grembiulino blu e il colletto candido.
Il biondo in prima fila è mio nipote. Che vada a scuola mi sbalordisce: di già? Ma se è nato appena ieri. Timido, M. però esibisce stamattina un sorriso sereno e, sì, fiero. “Sono grande ormai, vado a scuola”, dicono i suoi occhi. Guardo l’aula, i cartelloni colorati alle pareti, A come Asino, B come Banana. Guardo le facce dei compagni: chi spavaldo, chi ridente, chi ansioso. Una deliziosa bambina ha uno sguardo intimidito e insieme fiducioso. La si direbbe appena atterrata su un pianeta sconosciuto – un pianeta buono, però.
E mi meraviglia che, nel tempo della IA, i bambini della Prima A abbiano le stesse facce delle mie compagne, in un lontano 1° ottobre. La stessa faccia mia, per mano a mio padre: treccia sulle spalle e grembiule candido. “Sono grande, vado a scuola!”, dicevano anche i miei occhi, nella foto in bianco e nero.
E come i bambini nascano, nonostante tutto, in questo tempo di angoscia, ancora così candidi e fiduciosi, mi commuove. Questa attesa di bene non può finire nel vuoto.
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