La morte, grande rimossa o “sorella”: e se chiedessimo a san Francesco?

L’iniziativa di frati Minori e Pastorale della Salute Cei (tre giorni di riflessione ad Assisi con decine di medici, filosofi, scrittori e teologi) segna un punto di svolta: per uscire dalla rimozione culturale del morire serve recuperare lo sguardo del Poverello. Riconciliandoci con la morte
March 21, 2026
La morte, grande rimossa o “sorella”: e se chiedessimo a san Francesco?
Un momento dei lavori ad Assisi
Cullati dall’illusione dell’immortalità, gli uomini contemporanei non sanno più rapportarsi con la morte. La considerano il peggiore dei fallimenti. E quando un lutto li colpisce, balbettano smarriti. Diverso era all’epoca di san Francesco d’Assisi, quando la fine era un evento quotidiano e visibile. Riconsiderarla come una stagione della vita è stato l’obiettivo del convegno, promosso dalla Provincia Serafica di San Francesco d’Assisi: “Per Francesco sorella è la morte. Una provocazione alla vita”, dal 19 al 21 marzo, con il patrocinio dell’Ufficio Cei per la Pastorale della Salute.
«L’evento è nato dalla convinzione che si muoia bene solo se si vive bene, proponendo una riflessione articolata su tre pilastri fondamentali: scienza, fede e cura», spiega Gianni Cervellera, teologo esperto di formazione in sanità, tra gli organizzatori dell’evento. Come allora, oggi «la paura – aggiunge Cervellera – resta una componente umana intrinseca, vissuta persino dal Santo di Assisi nei suoi ultimi momenti tra ricerca di tenerezza e timore naturale. Anche la fede non cancella questo sentimento, ma offre gli strumenti per abitarlo senza negare il senso di abbandono, lo stesso provato da Gesù». Ora però «la cultura contemporanea – spiega uno dei coordinatori, fra Francesco Piloni, ministro provinciale della provincia Serafica di Umbria e Sardegna – tende a ridurre tutto a concetti come la “dolce morte” o il mero termine biologico, mentre la prospettiva cristiana e umana ci ricorda che la vita non finisce ma si trasforma. Chesterton, guardando alla fine del Poverello, scrisse che la notte le stelle videro morire un uomo felice. È proprio questa possibilità che vogliamo indagare: affrontare la morte da ogni angolatura possibile, senza subirla passivamente, ma scegliendo come abitarla e considerandola, infine, “sorella e amica”»
Le Esequie di san Francesco. Firenze, Santa Croce, Cappella Bardi
Le Esequie di san Francesco. Firenze, Santa Croce, Cappella Bardi
Nelle vicende del quotidiano avvertiamo un paradosso palese: mentre siamo inondati da narrazioni superficiali, tipiche dei social, siamo diventati incapaci di formulare un discorso intimo, familiare e autentico sulla fine. «Questa assenza di parole vere rende l’esperienza del lutto profondamente tragica», osserva una delle relatrici, Beatrice Toro, psicoterapeuta e direttrice didattica della Scuola di specializzazione in Psicoterapia. Di fronte ai lutti ci scopriamo sguarniti e incerti persino sui gesti minimi della vicinanza, come un abbraccio o una frase di condoglianze. «La rimozione – aggiunge l’esperta – deriva in gran parte da una visione distorta che interpreta la morte come un fallimento, tanto della medicina quanto dell’individuo. In un mondo dominato dal culto del successo e della performance, morire viene percepito come un errore o una colpa, quasi che la malattia fosse una mancanza di energia positiva o di controllo. L’illusione dell’immortalità come obiettivo supremo ha trasformato il naturale tramonto della vita in un tabù inaccettabile».
Uno dei dibattiti al convegno di Assisi
Uno dei dibattiti al convegno di Assisi
Alla sofferenza fisica, quando il dolore cessa di essere un sintomo per trasformarsi esso stesso in una patologia, è dedicato un altro panel. In Italia, una persona su quattro soffre di dolore, e per circa l’8-10% della popolazione l’impatto sulla qualità della vita è talmente alto da comportare costi sociali enormi. Questi costi non riguardano solo le spese sanitarie o farmacologiche ma includono le numerose giornate di lavoro perse. «Nonostante l’esistenza della legge 38 del 2010, che promuove il diritto dei cittadini ad accedere a centri specializzati per la terapia del dolore, molti pazienti ignorano ancora queste tutele. La mancata consapevolezza e il ritardo nel rivolgersi a strutture adeguate spingono spesso verso i rischi dell’automedicazione, peggiorando il quadro clinico anziché risolverlo», illustra Flaminia Coluzzi, ordinario di Anestesiologia de La Sapienza di Roma e direttrice della Scuola di specializzazione in Medicina e cure palliative. «È dunque fondamentale promuovere una corretta informazione affinché il dolore non venga più considerato una condizione ineluttabile ma una patologia da trattare tempestivamente».Una delle patologie a più alto impatto sia sul piano psichico e sociale è la Sclerosi laterale amiotrofica. Per chi riceve una diagnosi la morte diventa una “sorella quotidiana”.
Il convegno di Assisi
Il convegno di Assisi
«Di fronte a una condizione che appare priva di speranza, la sfida cruciale per noi medici, così come per i pazienti, è capire come agire e come abitare un simile contesto», riflette Mario Sabatelli, professore aggregato, direttore del Centro clinico NeMO, presso la Fondazione Policlinico Gemelli di Roma: «Il dolore che vediamo negli occhi dei pazienti è immenso – aggiunge –. Tuttavia, operando per il bene, si avverte qualcosa di vago ma stranamente certo. Spesso mi sento chiedere come io riesca a svolgere questo lavoro; un figlio di una paziente, non troppi giorni fa, mi ha detto provocatoriamente: “Ma lei perde sempre”. Questa frase riflette un pregiudizio comune, ovvero l’idea che la medicina abbia senso solo quando è vincente o quando guarisce, quasi che prendersi cura di chi non può guarire sia una pratica di secondo ordine. Al contrario – avverte –, l’esperienza clinica dimostra che affrontare la malattia con tecnologie avanzate per gestire l’insufficienza respiratoria o la nutrizione è solo una parte del compito. Il vero valore risiede nell’accoglienza e nella capacità di rispondere alla complessità dei bisogni esistenziali con sistemi di cura, luoghi e figure professionali nuovi».

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