«La disabilità non è un mondo a parte. Ma si cambia solo tutti insieme»

Sebbene molto sia cambiato, c’è ancora tanta strada da fare per una mentalità che non discrimini le persone con disabilità. Parla la responsabile del Servizio Cei, suor Veronica Donatello, mentre inizia il forum nazionale convocato a Bergamo dalla Chiesa italiana
March 19, 2026
«La disabilità non è un mondo a parte. Ma si cambia solo tutti insieme»
Suor Veronica Amata Donatello (al centro), responsabile del Servizio Cei per la Pastorale delle persone con disabilità
«La chiave che aiuta ad aprire le porte del “progetto di vita” è fare rete, trovare soluzioni mettendosi insieme: a Bergamo vorremmo proporre modelli che hanno creduto nella forza del fare rete». Il 5° convegno nazionale del Servizio per la pastorale delle persone con disabilità della Conferenza episcopale italiana (Cei), che si inaugura oggi a Bergamo (qui il programma), propone di guardare al mondo della disabilità secondo una prospettiva nuova e impegnativa, ma capace di favorire un cambio di mentalità, come indica già il titolo: «Noi, comunità e progetto di vita» (qui tutti gli approfondimenti e le storie di Avvenire in preparazione all’evento). Ne spiega la portata e gli snodi cruciali, assieme alle difficoltà, la responsabile del Servizio Cei, suor Veronica Amata Donatello: «È un tempo complesso, ma ognuno deve imparare a fare la sua parte per offrire a tutte le persone con disabilità la doverosa possibilità di sviluppo: i servizi pubblici, il mondo ecclesiale, le associazioni, le famiglie».
Il titolo del convegno richiama alla responsabilità collettiva, però le famiglie lamentano spesso isolamento e fatica (e discorsi inappropriati), dalla scuola al lavoro. Cosa serve per imboccare la strada buona?
Certamente le difficoltà non mancano, e il linguaggio non è sempre adeguato. Però “noi”, la prima parola del titolo del convegno, è un’eredità di papa Francesco, che chiese a noi del Servizio per la pastorale delle persone con disabilità della Cei, sulla scorta dell’enciclica “Fratelli tutti”, di cercare in tutte le nostre azioni di creare comunità, civili ed ecclesiali, che avessero lo stile del “noi”, non del “loro”, come se le persone con disabilità fossero un mondo a parte. E infatti le altre due parole sono “comunità” e “progetto di vita”. Andando in giro, constato che non siamo ancora a un livello adeguato. Si sta lavorando da anni sul progetto di vita, sia a livello civile, sia a livello ecclesiale: significa accompagnare le persone non partendo dalla loro diagnosi, ma partendo da quelli che sono i loro bisogni, i loro desideri, in tutto l’arco della loro vita. È una fase complessa, di cambiamento: serve un apporto della comunità, che sappia fare rete, per non adottare la logica solo di erogare servizi e prestazioni, che non cambia la mentalità. È vero che ci sono tante difficoltà, specialmente dopo la scuola dell’obbligo o, per la comunità ecclesiale, dopo il cammino di iniziazione cristiana: sembra che per i giovani adulti con disabilità spariscano le soluzioni, per gli anziani è ancora peggio.
Un viaggio di suor Veronica Donatello con un gruppo di persone con disabilità
Un viaggio di suor Veronica Donatello con un gruppo di persone con disabilità
Come si può fare rete? Tra famiglie, tra associazioni, tra pubblico e privato?
Al Convegno presenteremo un po’ di esempi virtuosi, ne cito qualcuno senza pretesa di completezza. Nel ramo del lavoro, la diocesi di Bergamo ha un accordo di progettualità con Confcooperative, cioè una realtà del Terzo settore, portato avanti da don Cristiano Re. Tra le realtà di riabilitazione e residenzialità visiteremo le esperienze della Fondazione Angelo Custode a Predore e delle Suore delle Poverelle a Grumello: lavorano con disabilità molto complesse di area minori e area adulti, accompagnano e sostengono le famiglie. In alcuni luoghi la Chiesa offre il luogo e lo Stato le risorse. Anche nel turismo ci sono esempi virtuosi, come la Fondazione Adriano Bernareggi, che ha realizzato un museo che può essere visitato da tutti, pensato in questo modo sin dalla progettazione. Anche se sono poche rispetto alle necessità, sono tutte esperienze che mostrano la collaborazione, e possono offrire spunti ad altri: chi le vedrà potrà essere spinto a ripeterle sul proprio territorio. Sulle disabilità acquisite, provocheremo l’Inail: perché mandare le persone a casa, se con qualche accomodamento ragionevole possono avere una risposta che consenta ancora di lavorare? Come Chiesa, anche nello sport, inteso come luogo che può creare comunità, amicizia, relazioni, abbiamo dialogato con tutte le sigle, dal Csi agli Special Olympics, e tanti altri. Non con l’obiettivo agonistico, che riguarderà pochi, ma per il benessere delle persone.
Progettare insieme, lavorare insieme: sono pronti i servizi pubblici, le realtà ecclesiali, gli enti del Terzo settore, le famiglie, a recepire questa impostazione?
La sfida è proporre questo cambiamento: deve esserci una discontinuità con il passato per creare una nuova continuità con il “progetto di vita”, cui non siamo abituati. Nella progettazione di un pellegrinaggio, di una gita, di una visita, di un oratorio, bisogna guardare anche le persone con disabilità come fruitori di servizi, come persone che partecipano: e quindi imparare a ideare luoghi, per e con tutti. E questo con il tempo cambia i punti di vista. Per questo mi pare importante il confronto che avremo con gli studenti universitari, la futura classe dirigente: per abituarli a progettare facendo rete. Occorre far dialogare enti pubblici, associazioni, realtà ecclesiali e mostrare che insieme si può fare: vogliamo portare modelli che hanno creduto nella forza del fare rete, dove ognuno ha un pezzetto della soluzione. Abbandonare l’idea di andare solo a bussare a una porta, o di piazzare la propria bandierina: il Coordinamento bergamasco per l’inclusione è un esempio di famiglie che fanno rete per essere in grado di parlare a una voce, più chiara e più forte. Magari da soli non si trova la risposta giusta per le proprie esigenze, ma se si impara a fare rete, a sedersi intorno a un tavolo comune, si individua la soluzione, senza disperdere le forze, e si impara anche a trovare le risorse.
Le risorse però sembrano sempre il tasto dolente: non sono mai abbastanza. Non è così?
Innanzi tutto il modello della rete, del fare squadra, aiuta a superare alcune difficoltà. Poi alcune volte, la questione risorse è un alibi. Ci sono tantissimi bandi per la disabilità, in Italia e in Europa, e spesso i fondi restano non spesi. Di recente è stato lanciato dal ministero per le Disabilità il bando “Vita&opportunità”, che in relazione ai “progetti di vita” eroga risorse fino a tre milioni di euro. L’aspetto interessante e innovativo è che si deve rispondere insieme: devono essere tre enti del Terzo settore a presentare un progetto, è un salto culturale non da poco.
Quale vuole essere il lascito del Convegno di Bergamo?
Su tutti i temi partiranno alcuni seminari di approfondimento. Vorremmo lanciare modelli di collaborazione e di costruzione di reti capaci di mettere in dialogo Chiesa, istituzioni pubbliche, università, scuole, associazioni e vari servizi del territorio.

© RIPRODUZIONE RISERVATA