Che fine ha fatto la “Giornata degli stati vegetativi”?

Il ricordo annuale del giorno in cui morì Eluana Englaro, 17 anni fa, è stato onorato per qualche tempo con alcune iniziative. Ora la memoria dolorosa di quel fatto che ha diviso il Paese ci spinge a riflettere sul valore della cura e della “civiltà del Samaritano” della quale è architrave
February 9, 2026
Che fine ha fatto la “Giornata degli stati vegetativi”?
Eluana. Chi era costei? In realtà, è difficile essersene dimenticati. È infatti di un altro tipo l’oblìo che riguarda la giovane lecchese per 17 anni rimasta in stato di minima coscienza (“vegetativo” il giornalismo lo usa ancora ma la scienza no) dopo l’incidente stradale che ne interruppe la vita vigile, lei appena ventunenne, relegandola in un limbo a noi ancora ignoto, fino alla morte, violenta, il 9 febbraio 2009. Diciassette anni fa.
Non sarebbero troppi per dimenticarsi di lei. E infatti il suo nome così originale è inciso da qualche parte nella nostra memoria. Ma la ferita profonda nelle coscienze di tutto il Paese è ancora lì, dolente. E una parte di noi che fa male non la si tocca volentieri. Ecco forse perché preferiamo non ricordare Eluana Englaro, al centro suo malgrado del caso bioetico forse più drammatico della storia italiana – perché fu il primo: i numerosi successivi si sono nutriti degli argomenti già visti in azione in quel gelido inverno di morte inferta.
Il tempo e le leggi sopraggiunte hanno mostrato che fu un’operazione spericolata e arbitraria interpretare l’incerta volontà di una giovane che non aveva elaborato certo un pensiero compiuto su una condizione ipotetica. Oggi sappiano che la volontà di non essere tenuti in vita con l’ausilio di macchine, pur limitate alla nutrizione assistita come nel suo caso, dev’essere attuale, o certificata con documenti, o ancora del tutto sicura nella riconducibilità al soggetto che come effetto di quella sua decisione potrebbe perdere addirittura la vita. La pur assai liberale legge 219 del 2017 sulle Disposizioni anticipate di trattamento (Dat) tutela l’autodeterminazione del paziente mettendogli in mano un potere pressoché assoluto sulla sua permanenza in vita, ma non fa sconti sulla verifica della volontà di morte. Infatti altri casi come quello che ricordiamo oggi non si sono più verificati.
E allora, perché Eluana a partire da testimonianze incerte e contraddittorie elaborate con la volontà di ottenere una ben determinata soluzione fu fatta morire in pochi giorni, per mancata idratazione, ignorando la sofferenza che esprimeva tutto il suo corpo e la sua stessa persona come per un tradimento inaspettato, lei del tutto abbandonata nelle mani di chi l’aveva sempre accudita con amore? Eccola, la memoria che fa male: come fu possibile che non solo poche persone determinate a un risultato ma una intera parte della politica, la stragrande maggioranza dei media, varie corti di giustizia e una quota consistente dell’opinione pubblica chiesero la morte di Eluana invocando nientemeno che la “compassione” per la sua condizione peraltro ignota?
A 17 anni di distanza queste domande si sono fatte, se possibile, più lancinanti. E no, non piace ricordare una sofferenza simile. Non solo: la lacerazione che si produsse tra chi invocava la libertà (di chi, poi?) e chi si appellava alla cura ha scavato un solco che non si è più chiuso, e che anzi oggi è come se ci offrisse alla vista due sponde che si vedono a distanza ma che non si incontreranno all’infinito. Due fronti contrapposti, ormai inconciliabili, come ispirati a certezze irriducibili: vita e morte, diritto di scegliere per l’una o per l’altra. E una difficoltà persino a riconoscersi in un alfabeto condiviso della nostra comune umanità. Diritto, dignità, libertà, persino vita sono parole che, da allora, hanno assunto due significati opposti a seconda della parte che le pronuncia e della causa che vengono chiamate a servire.
Questa frattura si aprì anche nella comunità ecclesiale, producendo come esito il fatto che di questioni bioetiche da allora si fatica moltissimo a parlare in tante parrocchie e diocesi, perché se si mette a tema eutanasia o aborto, suicidio assistito o “diritto di morire” si teme che i cattolici “si dividano”, e non è un sospetto infondato: le ricerche demoscopiche hanno inconfutabilmente mostrato che a dirsi convinti che il Paese avrebbe bisogno di una legge sull’eutanasia è una maggioranza non solo degli italiani ma, al loro interno, anche dei cattolici praticanti.
La compassione del Samaritano, che papa Leone ha posto come icona al centro della Giornata mondiale del Malato dell’11 febbraio, è stata artefatta dallo “spirito del tempo”, fino a far assumere al misericordioso viandante simbolo dell’attenzione al sofferente di ogni tempo le fattezze del levìta e del sacerdote, che tirano dritto lasciando libero l’uomo percosso e mezzo morto di autodeterminarsi. Con una buona legge sull’eutanasia, chissà, i tre chiamerebbero un addetto per legge al colpo di grazia, per non vederlo soffrire.
Da quel 9 febbraio 2009 in cui fu messo in minoranza il Samaritano che col suo gesto duemila anni prima aveva introdotto la rivoluzione della cura in un mondo spietato e indifferente l’Italia decise che ogni anno, a parziale riparazione di un torto consumato a rigor di sentenza, sarebbe stata celebrata una “Giornata degli stati vegetativi”: non per una rivalsa politica o una ripicca culturale ma per – saggiamente – portare ogni anno per un giorno il pensiero alla terra di nessuno dove alcune migliaia di nostri connazionali vivono una vita misteriosa e ancora oscura ma che resta vita. Sempre più interessante per la medicina, sempre meno facile da catalogare come “vegetale” da una cultura diffusa che sta attenta a indelicatezze verbali assai più marginali.
La Giornata, celebrata da convegni e forum scientifici, è durata qualche anno. Poi anch’essa è caduta in quell’oblio del dolore che porta il nome di Eluana. Oggi, mentre ci interroghiamo se sia il caso di introdurre una legge che ammette l’esistenza di condizioni tanto disperate da riconoscere a chi ne soffre il diritto di suicidarsi, quel nome che a noi tuttavia è ancora caro come una sorella e una figlia torna a ricordarci di non abbandonare le persone più fragili a un destino di morte, anche se per somma sofferenza dovessero chiederci di finire subito i loro giorni. Perché da quella porta il Samaritano uscirebbe di scena, e non tornerebbe indietro.
L’articolo è stato pubblicato dal canale Facebook de “L’Avvenire di Calabria”, testata settimanale di Avvenire

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