L’urgenza di una Chiesa con volto e cuore "indigeni"
A Riobamba il Simposio di teologia indigena rilancia la prospettiva di una Chiesa autoctona, sinodale e interculturale, radicata nei popoli originari e nella cura della Terra. E del "Buen Vivir"
Dall’Ecuador, l’VIII Simposio di Teologia Indigena ha aperto uno spazio che ha accolto esperienze, narrazioni incarnate e pratiche comunitarie. A Riobamba, territorio segnato dalla memoria indigena e da significativi processi ecclesiali da Proaño è emersa una riflessione che pone al centro l’urgenza di una Chiesa autoctona con identità propria, nata dai popoli originari. L'ascolto delle loro esperienze e dei loro servizi comunitari ha permesso di riconoscere che la teologia non può essere pensata a margine delle pratiche culturali e simboliche che sostengono la vita delle comunità; per questo, la teologia indigena si afferma come un modo legittimo di comprendere la fede a partire dalla vita. Da una lettura critica della realtà sono emerse problematiche strutturali comuni, in particolare l’impatto dell’estrattivismo e l’imposizione di una logica che frammenta l’esistenza. Questa dinamica produce spoliazione, indebolimento del tessuto comunitario e persecuzione dei popoli che abitano i territori; a sua volta, genera migrazione, sradicamento e perdita di identità, con particolare incidenza sui giovani, che affrontano tensioni tra la loro eredità culturale e la globalizzazione. In contrasto con la scissione moderna tra materiale e spirituale, le cosmoesistenze indigene concepiscono la vita come una totalità in cui la terra è un essere vivente e un luogo sacro. Da questa comprensione si orientano decisioni e pratiche politiche, sociali e culturali che sostengono la vita. Tuttavia, l’ignoranza di queste prospettive rende difficile il riconoscimento di altre forme di vivere la fede, il che pone la necessità di recuperare uno sguardo di Gesù in chiave storica e sapienziale, aperta al dialogo con le dimensioni cosmogoniche indigene. Parlare di una Chiesa autoctona significa riconoscere la diversità come parte costitutiva della cattolicità e affermare una teologia che scaturisce dalla vita, generata da pratiche comunitarie in cui la fede si incarna nelle tradizioni andine, amazzoniche e mesoamericane. In questo modo di sentire e pensare, i popoli smettono di essere destinatari passivi per assumere il ruolo di soggetti, e la comunanza diventa l’asse che genera ministeri nati dai doni dello Spirito, legati al servizio e alla cura della vita. Intesa come maloca, la Chiesa autoctona esprime un’ecclesiologia con un “volto proprio”, radicata nella cultura, nella spiritualità e nell’esperienza di fede dei popoli indigeni, cosi come nella comunità che si sostiene dei propri semi del Verbo, delle lingue, dei simboli e dei ministeri. La maloca, più che una casa fisica, è uno spazio-tempo cosmovivenziale dove convergono cosmo, comunità e spiritualità. Si configura così come microcosmo e mediazione teologica di una Chiesa partecipativa e interconnessa, in cui la fede si intreccia con la quotidianità e la memoria ancestrale, incarnando comunione, ospitalità e armonia orientate al Buen Vivir.
Allo stesso modo, la dimensione ecologica mette in luce l’interrelazione con la Terra, che lega la fede alla sua difesa e ai suoi diritti. Sebbene la Chiesa abbia compiuto progressi nella cura della Casa Comune, la sfida consiste nell’assumersi questo compito con maggiore coerenza. Anche la sinodalità appare come un percorso necessario, poiché camminare insieme, ascoltare e discernere in comunità sono pratiche già presenti nei popoli, dove il “corazonar” esprime una forma propria di deliberazione collettiva. Allo stesso modo, la liturgia diventa uno spazio privilegiato di inculturazione integrando lingue, simboli e ritualità. Il contributo delle donne tesse la trama della vita comunitaria, la trasmissione della memoria e l’esperienza spirituale. La loro ministerialità non si definisce per funzioni formali, ma come una prassi di cura che mette in discussione modelli teologici che hanno reso invisibile la loro voce. Ricordando Gutiérrez, propongono di ricucire la teologia a partire dalla vita, dove la riflessione emerge in seguito. Recuperare la spiritualità implica ricomporre ciò che è frammentato e ricreare significati a partire dalla propria storia, intrecciando i fili dei saperi e legami al di là dell’istituzionale e generando spazi di accompagnamento, guarigione e organizzazione. Questa ministerialità si esprime nella cura del territorio come imperativo etico, nella resistenza di fronte alle violenze strutturali, nella trasmissione di saperi e nella creazione di spazi collettivi di azione e sostegno reciproco. Integra processi di guarigione che legano corpo, comunità e territorio, ricostruisce narrazioni proprie e promuove economie di reciprocità. Così, non solo sostiene la vita comunitaria, ma mette in discussione le strutture di potere e apre vie alternative, proiettando una Chiesa con un volto e un cuore propri, incarnata nella realtà. Sebbene promuova una Chiesa più sinodale e interculturale, persiste la tensione con il suo riconoscimento istituzionale. L’apertura all’apprendimento, ispirata al gesto di Gesù nei confronti della donna sirofenicia, invita a una Chiesa capace di lasciarsi interpellare.
Costruire una Chiesa con una identità propria a partire dai popoli originari richiede un processo continuo di dialogo che li riconosca come soggetti e trasformi pratiche e strutture. Questo sentiero amplia gli orizzonti e permette di riscoprire la vocazione ecclesiale accogliendo la diversità come ricchezza. Così, il percorso avviato a Riobamba rimane aperto e richiede concretizzazione, poiché ascoltare implica trasformare il modo di comprendere la presenza di Dio nei popoli, dove il Vangelo si esprime in molteplici forme e la Chiesa si configura come Popolo di Dio in cammino condiviso.
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