La Patagonia in fiamme e la sfida del futuro
La regione argentino-cilena sta affrontando una delle stagioni di incendi più gravi degli ultimi decenni. L’espansione delle attività estrattive, la sostituzione delle foreste con monocolture e un modello di consumo sempre più esigente hanno aumentato la vulnerabilità del territorio. Serve un nuovo paradigma
Le popolazioni indigene hanno tramandato per generazioni che la vita dipende dall’equilibrio tra terra, acqua, vento e fuoco. Questi elementi non sono stati considerati risorse illimitate, ma realtà con cui instaurare un rapporto di rispetto. Quando tale equilibrio viene meno, le conseguenze ricadono sulle comunità e sugli ecosistemi. La cura della natura è sempre stata parte integrante della vita quotidiana di questi territori. Qui si è imparato che i semi, i fiumi e le foreste necessitano di protezione costante e che il fuoco, se gestito male, può diventare una minaccia incontrollabile. Il modo in cui si abita definisce, in larga misura, se questi elementi contribuiscono al benessere o si trasformano in fattori di disastro. Attualmente, la Patagonia argentina e cilena sta affrontando una delle stagioni di incendi più gravi degli ultimi decenni. Il fuoco ha avanzato per settimane attraverso montagne e valli, devastando vaste aree di foresta nativa. In poche ore sono andati perduti ecosistemi che hanno impiegato secoli per formarsi. Le autorità stimano che siano state colpite migliaia di ettari, con danni irreparabili per la biodiversità e l’economia locale.
Le conseguenze sociali sono multidimensionali. Intere famiglie hanno dovuto abbandonare le loro case, sono andati perduti orti e centri comunitari. I sistemi idrici presentano alti livelli di contaminazione da ceneri e i terreni mostrano segni di degrado che renderanno difficile il recupero produttivo. La fauna selvatica è stata spostata, lasciando molte specie senza rifugio né condizioni di sopravvivenza, il che costituisce una violazione dei diritti di questi esseri senzienti dell’ecosistema, diventati vittime silenziose. Ogni perdita è una crepa nella memoria collettiva, poiché il territorio, portatore di eredità bioculturali, brucia insieme ai sogni costruiti nel corso di generazioni.
Le cause del disastro sono molteplici. Diversi rapporti concordano nel segnalare la combinazione di un’ondata di caldo prolungata, siccità accumulate e venti intensi che favoriscono la propagazione delle fiamme. A ciò si aggiungono la debolezza delle politiche di prevenzione, la mancanza di risorse per la lotta tempestiva e il ritardo nelle risposte dello Stato. Circolano anche denunce su possibili focolai intenzionali legati a interessi economici, anche se le indagini ufficiali non hanno ancora stabilito le responsabilità. Mentre le spiegazioni procedono lentamente, l’emergenza continua. I vigili del fuoco e le squadre di soccorso lavorano in condizioni estreme, con attrezzature limitate e turni estenuanti. Insieme a loro, i residenti e le organizzazioni sociali hanno organizzato reti di sostegno per accogliere le famiglie colpite, raccogliere cibo e allestire spazi di accoglienza. Questa mobilitazione dei cittadini è diventata il principale sostegno di fronte alla crisi. Gli esperti ambientali avvertono che gli incendi non possono essere considerati eventi isolati. Sottolineano che l’espansione delle attività estrattive, la sostituzione delle foreste con monocolture e un modello di consumo sempre più esigente hanno aumentato la vulnerabilità del territorio. Sostengono che, senza una pianificazione a lungo termine, questi episodi si ripeteranno con maggiore frequenza.
La ricostruzione richiederà anni e, di fronte a ciò, le organizzazioni della società civile hanno chiesto non solo la creazione di fondi di emergenza e il rafforzamento dei corpi dei vigili del fuoco, ma anche un cambiamento strutturale nelle politiche pubbliche che metta al centro la prevenzione, attraverso sistemi di allerta precoce, una regolamentazione rigorosa delle attività ad alto rischio e programmi che promuovano un rapporto rispettoso con l’ambiente. Essi avvertono che la risposta non può limitarsi a spegnere gli incendi, ma deve trasformare le condizioni che li generano. In questo senso, mettono in discussione l’autorizzazione governativa a modificare l’uso del suolo dopo gli incendi, ritenendo che ciò faciliti la vendita di terreni a interessi stranieri.
Le comunità chiedono di essere ascoltate. Per anni hanno sviluppato pratiche di cura del territorio che oggi risultano fondamentali, come la protezione dei corsi d’acqua, la conservazione dei corridoi faunistici e l’uso equilibrato del fuoco nelle attività agricole. Integrare queste conoscenze nelle politiche pubbliche appare come un passo necessario per la ripresa. La portata della tragedia impone che questo tema rimanga all’ordine del giorno anche oltre la situazione immediata. Quanto accaduto in Patagonia è un monito sulla fragilità degli ecosistemi e sulla responsabilità collettiva che ne deriva per la loro protezione. La sfida immediata è quella di assistere le vittime e fermare l’avanzata delle fiamme; la sfida di fondo sarà quella di avanzare verso un modello di sviluppo che garantisca che la vita, e non il profitto, sia al centro delle decisioni.
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