Mindanao, la lezione di resilienza di una scuola rurale
Fondata nel 2002 in una remota municipalità dell'isola nel sud delle Filippine, la "Notre Dame of Arakan" è una scommessa vinta contro l’isolamento e la povertà
In italiano il tema della giornata (Championing Resilience and Excellence in Service) è quasi intraducibile. Anche in inglese il concetto di resilienza è abbastanza astratto. Ma se applicato a una scuola nata e cresciuta in contesto rurale a partire dalla fondazione nel 2002, la spiegazione è nei fatti e a portata di mano. Registrata presso il governo il 24 gennaio di quell’anno, in una remota municipalità di Mindanao, nel sud delle Filippine, la Notre Dame of Arakan è una scommessa vinta contro l’isolamento e la povertà; allora apparentemente endemica, oggi invece attutita da una maggiore attenzione del governo alle aree rurali e dalla crescita dell’economia.
Il 24 gennaio di ogni anno quindi è festa (Foundation Day) per i quasi cinquecento alunni e i loro insegnanti. È il giorno di san Francesco di Sales, che della resilienza nel servizio pastorale e dell’eccellenza nell’insegnamento e nella dottrina ha fatto la cifra della sua vita in un tempo di divisioni e disprezzo tra cristiani. Parlando a studenti e professori mi piace ricordare che la loro scuola è solo una delle iniziative riuscite dei missionari del Pime, responsabili dell’Arakan Mission per trentacinque anni (1981-2016). Tre furono allora le nostre direttive di impegno: quella pastorale di base, con la costruzione e l’animazione delle piccole comunità di fede e di impegno nei villaggi; il sostegno agli studenti poveri tramite le adozioni a distanza per i più piccoli e borse di studio per il livello universitario; la difesa dei diritti e delle terre delle popolazioni indigene minacciate dall’immigrazione interna e da individui ed interessi più forti di loro. Allora sembrava di far studiare i ragazzi senza tante prospettive di lavoro. «Torneranno a fare i contadini, diceva qualcuno». «Ma forse che un contadino istruito – ribattevo io – non è meglio di un contadino ignorante?». Le cose poi sono andate diversamente. L’economia si è sviluppata. E la capacità dei giovani filippini di trapiantarsi ovunque nel Paese o di far valigia e andare all’estero ha fatto il resto.
In effetti, parlando di “eccellenza”, mi è parso di poter dire che quella accademica è certamente l’obiettivo fondamentale di una scuola, ma ne esiste anche una “sociale” e una “spirituale”. Sociale nel senso che la scuola aiuta a relazionarsi e a integrare l’individuo nella comunità umana, ma ancor più ad essere un cittadino consapevole, a capire ciò che succede e perché a valutare i fenomeni e dare il proprio contributo. Spirituale allo scopo di salvaguardare la dimensione soprannaturale della vita ed evitare che si atrofizzi quando il lavoro, le scadenze e le urgenze, i massmedia minacciano il silenzio, la riflessione, la preghiera, la vita comunitaria e soffocano la persona. La scuola deve rendere più istruiti, ma anche più aperti e più profondi. Costruisce comunità più che individui. Sviluppa la persona umana in tutte le sue componenti.
La resilienza è la condizione dell’eccellenza, che a sua volta si riferisce sia all’individuo che all’istituzione, una scuola nel nostro caso. Questa esiste per le persone. Non fine a se stessa. Ma la sua reputazione, sempre basata sulla qualità, è tesoro e vanto giustificato di una comunità. Tanto più se remota, svantaggiata, rurale. Chi sono, dopo tutto, i figli dei contadini per non aver diritto anch’essi alla migliore possibile preparazione alla vita? E non deve forse essere questa una delle prime preoccupazioni di una comunità cristiana? Facile rispondere di sì, ma solo con la resilienza, la passione e il quotidiano sacrificio le parole e i sogni diventano realtà.
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