Gli elefanti e le farfalle. Quando le donne si uniscono

Viviamo in un intreccio di capitalismo vorace e patriarcato disciplinare che lascia segni sui corpi e sulla terra. Ma esiste un'altra metafora. Quella del battito simultaneo di migliaia di ali che è in grado di alterare il clima in un'altra parte del pianeta. È un'immagine che sembra fragile, ma non lo è
March 3, 2026
Ci sono immagini che spiegano il mondo meglio di un trattato accademico. Una di queste suggerisce che l'umanità avanza guardando l'orizzonte finché, all'improvviso, qualcosa di immenso le oscura la vista. Non riesce a riconoscerlo immediatamente, ma quando passa ne nota le tracce: era un elefante. È così che funziona il sistema globale in cui viviamo, cioè è pesante, rumoroso, sostenuto da verità che si proclamano scientifiche, giuridiche, indiscutibili. Un intreccio di capitalismo vorace e patriarcato disciplinare che lascia segni sui corpi e sulla terra. Ma esiste un'altra metafora. Quella del battito simultaneo delle ali di migliaia di farfalle in grado di alterare il clima in un'altra parte del pianeta. È un'immagine che sembra fragile, ma non lo è. Questa immagine si è incarnata di recente in un incontro di donne dell'Abya Yala, l'antico nome che designava la nostra America prima della conquista. Provenivano da comunità rurali e urbane, da organizzazioni sociali, collettivi e movimenti diversi. Sono arrivate da luoghi attraversati dalla violenza e dalla speranza, rappresentando le Ande, il Cono Sud, la Mesoamerica, con la bellezza delle diversità che le caratterizza. In tempi in cui il rumore è occupato dalle élite e dai loro scandali, quando la politica si militarizza e il discorso pubblico si indurisce sotto spinte fasciste e autocratiche, loro hanno scelto un'altra grammatica, quella della parola condivisa. Si sono riunite per riflettere insieme sulle sfide di un mondo caratterizzato da gerarchie, estrattivismo e silenzi imposti. E lo hanno fatto non con ingenuità, ma con rabbia organizzata, quella che non distrugge senza senso, ma si trasforma in proposta e orizzonte. Così, di fronte alla tirannia dell'immediatezza e dell'oblio, hanno scelto di essere memoria viva, custodi del ricordo.
Le donne che si sono riunite a Bogotá-Colombia erano, appunto, farfalle. Unite nel battito delle loro voci, leader che mettono il corpo e il cuore per seminare un mondo diverso. Perché partoriscono per la vita, non per la guerra. In ogni testimonianza si ripeteva una certezza, quella che la sopravvivenza è un atto politico. Difendere l'acqua, i semi autoctoni, la montagna o il quartiere non è un gesto illusorio; è una strategia di resistenza collettiva di fronte a un modello che trasforma tutto in merce, compresa l'esistenza. Hanno parlato di salute e denunciato sistemi progettati per curare senza ascoltare, per anestetizzare il sintomo senza toccare le ferite profonde del razzismo, della spoliazione territoriale e della violenza maschilista. Hanno proposto una guarigione integrale che riconosca il corpo, la spiritualità e la comunità; che dialoghi con le conoscenze ancestrali ereditate di generazione in generazione e che non le subordini a parametri eurocentrici né alla logica delle grandi aziende farmaceutiche. Hanno anche discusso di educazione critica, di un'ecologia del sapere che rompa il monopolio della conoscenza e legittimi le esperienze delle donne contadine, indigene, nere e popolari. Hanno sollevato l'urgenza di culture e mezzi di comunicazione liberi, di economie solidali che diano priorità alla vita rispetto all'accumulo, di processi di cura del corpo-territorio di fronte ai femminicidi e alla devastazione ambientale. Ogni asse, salute, cultura, economia, istruzione, media, organizzazione, era un filo dello stesso tessuto con cui cercano di recuperare la vita dal comune.
L'incontro ha rappresentato un gesto di articolazione internazionale con le donne del Kurdistan, un passo deciso verso la costruzione di strumenti condivisi contro il potere egemonico. In un mondo che frammenta, loro tessono. In un sistema che compete, loro sostengono. In un'epoca che glorifica la durezza, rivendicano la tenerezza come atto politico, come forza trasformatrice e non come debolezza. La democrazia, la pace e la sororità tra i popoli non sono slogan vuoti sulle loro labbra, ma pratiche quotidiane che mettono in atto nelle assemblee, nelle mingas e nei circoli di parola. Fioriscono perché la guerra non può strappare loro le radici. Si trasformano e trasformano la realtà con la lotta e la gioiosa ribellione. Chi era lì sa che qualcosa cambia dopo aver ascoltato una donna difendere il suo fiume come se difendesse una figlia, o raccontare come ha trasformato il lutto in organizzazione. Qualcosa si muove quando si capisce che non sono sole, che il battito d'ali di alcune sostiene quello delle altre. Forse l'elefante continua a passare lasciando tracce pesanti. Ma è anche vero che, nel frattempo, migliaia di farfalle battono senza sosta le loro ali. E la realtà, tra luci e ombre, comincia a cambiare. Come recita un detto popolare, tante piccole persone, che fanno piccole cose in piccoli luoghi, stanno cambiando il mondo.

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