La svolta del Bangladesh e le preoccupazioni delle minoranze
Dopo il voto che ha sancito la vittoria del Bangladesh National Party, restano grossi punti di domanda sulla direzione politica che prenderà il Paese. E sulle tutele che saprà garantire a indù, buddhisti e cristiani
Tra gli appuntamenti elettorali di questo inizio 2026 in Asia, il voto del 12 febbraio in Bangladesh era atteso come il più delicato. A meno di due anni dall’estate calda del 2024, quando le manifestazioni degli studenti travolsero e costrinsero all’esilio la premier Sheikh Hasina, oltre 127 milioni di elettori sono stati chiamati alle urne per le prime elezioni politiche della nuova stagione del Paese. Un voto che con l’esclusione dell’Awami League – il partito di Hasina, la figlia di Sheikh Mujibur, il primo presidente artefice nel 1971 dell’indipendenza dal Pakistan – è diventato un facile confronto tra il Bangladesh National Party, l’altra storica forza politica del Paese, e gli islamisti del Jamaat-e-Islami, il partito fiorito all’ombra delle madrasse più radicali.
A spuntarla sono stati i primi, con l’affermazione a valanga di Tarique Rahman, anche lui figlio illustre di Khaleda Zia, la vedova del generale Ziaur Rahman, a sua volta ucciso nel 1981 come Sheikh Mujibur, nella lunga lotta fratricida che ha pesantemente segnato la storia recente del Bangladesh. Rientrato subito prima delle elezioni da un esilio a Londra durato 16 anni, Tarique Rahman con il Bangladesh National Party si è assicurato più di due terzi dei seggi del nuovo Parlamento, insieme al “sì” degli elettori a un referendum sull’apertura di un processo di riforma della costituzione. Ci sono però grossi punti di domanda sulla direzione che prenderà questo cantiere. Perché, pur senza chiudere gli occhi sulla deriva autoritaria che il governo di Sheikh Hasina aveva assunto negli ultimi anni, è un dato di fatto che il crollo della sua amministrazione rappresenti anche la fine di un sistema di garanzie per le minoranze indù, buddhiste e cristiane, in un Paese dove i musulmani sono oltre il 90% della popolazione. E il Bangladesh, va ricordato, appena dieci anni fa fu teatro della terribile strage all’Holey Artisan Bakery, l’eccidio nel quale vennero trucidati anche nove cittadini italiani e che suonò come un drammatico campanello d’allarme sulla penetrazione dell’ideologia jihadista nell’Asia meridionale. In questo contesto anche la piccola comunità cattolica del Bangladesh ha seguito con attenzione la transizione affidata dall’estate 2024 a un governo ad interim guidato dall’economista Muhammad Yunus e il percorso verso le elezioni. Dando voce alla preoccupazione per l’aumento delle violenze, che hanno visto l’uccisione di diversi esponenti indù e nello scorso mese di novembre anche un’inquietante esplosione intimidatoria contro la cattedrale della Madonna del Rosario a Dhaka. Il tutto nel contesto generale di un riavvicinamento verso il Pakistan e di una crescita del sentimento anti-indiano che è arrivato a prendere di mira persino Tagore, il poeta simbolo della cultura e dell’identità bengalese che unisce tra loro Dhaka e Calcutta.
I cattolici in Bangladesh sono appena mezzo milione in un Paese di oltre 170 milioni di abitanti. Ma sono una presenza che è lievito di unità. Sono la voce degli ultimi: le comunità tribali tenute storicamente ai margini; i lavoratori delle manifatture tessili che proprio in questi ultimi due anni turbolenti hanno pagato il prezzo dell’instabilità politica locale e delle guerre commerciali sui dazi; le donne che continuano a fare i conti con gravi ferite come i matrimoni precoci o le violenze domestiche. In queste ore i vescovi hanno espresso apprezzamento per lo svolgimento pacifico del voto e la “preghiera per la pace e la stabilità” invocata da Tarique Rahman. La strada però resta lunga. «Non abbiate paura. Restiamo saldi nella fede» è il messaggio che - facendo proprie le parole di Gesù - la Chiesa continua a lanciare. Per continuare a portare speranza anche in questo tempo difficile.
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