Il dibattito sull’aborto
scuote la Corea del Sud

Nel 2019 la Corte suprema ha dichiarato incostituzionale il divieto dell’interruzione volontaria della gravidanza. Da allora, però, il parlamento coreano non ha trovato un’intesa per regolare la materia. La posizione della Chiesa e del mondo cattolico
March 17, 2026
In Corea del Sud nelle ultime settimane è tornato a sollevare forti discussioni il tema dell’aborto. La questione è quanto mai delicata, perché il Paese si trova da alcuni anni in una sorta di limbo giuridico: nel 2019 una sentenza della Corte suprema ha dichiarato incostituzionale il divieto dell’interruzione volontaria della gravidanza. Da allora, però, il parlamento coreano non ha trovato un’intesa per pronunciarsi in materia. E in questo vuoto si è inserita anche una vicenda drammatica avvenuta nel 2024 a Incheon: un’equipe medica ha accettato di praticare un aborto a una ragazza di 26 anni alla 36esima settimana. Salvo poi ritrovarsi a sopprimere quello che - a quel punto della gestazione - non era più evidentemente un feto, ma un neonato ormai in grado di sopravvivere al parto cesareo. La storia ha avuto un seguito giudiziario, conclusosi lo scorso 4 marzo quando il Tribunale distrettuale di Seoul ha emesso una sentenza di condanna per il reato di infanticidio nei confronti della ragazza e dei medici. Proprio queste condanne, però, sono diventate l’occasione per rilanciare il dibattito sulla “Legge sulla salute materna e infantile” che l’attuale governo del presidente Lee Jae Miung vorrebbe emendare, introducendo norme che di fatto renderebbero estremamente facile il ricorso all’aborto e alla pillola del giorno dopo.
In questo clima, i vescovi cattolici della Corea del Sud sono intervenuti nei giorni scorsi con una Dichiarazione che esprime «grande preoccupazione» per il fatto che la proposta «consideri l’aborto una questione di “scelta” personale e promuova la “liberalizzazione dell’aborto”». Riaffermando che la vita nel grembo materno è un dono di Dio, nel documento vengono avanzate una serie di proposte concrete per prendersi cura sia del feto sia della madre. In particolare si domanda che una donna che si rivolge a una struttura con l’intenzione di abortire, in Corea del Sud non trovi davanti a sé una mera procedura formale, ma un percorso che preveda «una consulenza accompagnata da un periodo di riflessione di almeno alcune settimane», durante le quali si presentino anche opzioni di sostegno alternative all’interruzione di gravidanza. I vescovi chiedono inoltre allo Stato di fare di più per educare gli uomini ad assumersi accanto alle donne le proprie responsabilità rispetto alla gravidanza, al parto e alla cura dei figli. Oltre, ovviamente, a interventi per far sì che le famiglie possano mettere al mondo e crescere figli con serenità: sostegni economici, espansione dei sistemi di supporto, ampliamento delle strutture di cura nelle scuole e nei luoghi di lavoro…
Ci sono almeno due elementi che rendono particolarmente significativo questo confronto in corso a Seoul. Da una parte la valenza specifica del contesto locale: la Corea del Sud è ormai da alcuni anni il Paese con il tasso di fecondità più basso al mondo, la capitale globale dell’inverno demografico. Il problema è oggi molto sentito a livello sociale: i governi locali hanno varato misure di sostegno alla natalità che stanno dando i primi frutti; da due anni a questa parte in Corea le nascite sono tornate a crescere. La domanda però diventa: si può separare la “ripresa demografica” da un’autentica accoglienza della vita? L’altro elemento riguarda invece la dimensione ecclesiale: la Corea del Sud è il Paese che tra poco più di un anno a Seoul accoglierà i giovani di tutto il mondo per la Gmg2027. E proprio nel Paese della popolarissima K-culture – che dilaga dalla musica alle serie-tv - si sta giocando oggi una partita cruciale per la promozione della “cultura della vita”. Far intrecciare questi due cammini diventa quanto mai essenziale per l’Asia e per il mondo di domani.

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