Nel tempo della complessità si fa più forte
la sete di filosofia

di Clementina Cantillo
Questa contemporaneità chiede strumenti per orientarsi e comprendere. L’esercizio del pensiero torna al centro nella sua forza critica e di dialogo
March 19, 2026
Nel tempo della complessità si fa più forte
la sete di filosofia
/ Getty / Unsplash+
Pubblichiamo una presentazione del convegno “Forme della cura e della relazione”, in programma da oggi a sabato, all’Università di Perugia, a firma della presidente della Società Italiana di Filosofia Clementina Cantillo, ordinario di Storia della filosofia all’Università di Salerno.
Nella nostra complessa contemporaneità, in cui la rivoluzione digitale e lo scoppio dei conflitti internazionali alimentano, al tempo stesso, sentimenti di hybris e di insecuritas tra gli uomini, cresce, per usare una celebre espressione hegeliana, il “bisogno della filosofia”. Si tratta di un bisogno universale, che appartiene a tutti gli uomini perché risponde all’esigenza fondamentale di comprensione e chiarificazione critica del reale per potersi orientare consapevolmente al suo interno e maturare un agire autonomo e responsabile. Oltre l’immediatezza e la frammentazione dei fenomeni e delle esperienze, il bisogno di filosofia è, nel profondo, tensione – insieme spirituale, intellettuale e concreta – verso il significato dell’agire individuale e collettivo e, con ciò, apertura al rispetto della pluralità delle prospettive, acquisendo uno spessore etico-pratico. In tale direzione, esso non può essere semplicisticamente inteso come il volgere le spalle a un mondo sempre più estraneo e difficile, che spinge a rifugiarsi nella sfera ineffettuale della privatezza o dell’astrattezza del pensiero. Di contro, l’esigenza della filosofia mostra la forza del nesso che costitutivamente lega la filosofia al tempo storico nel duplice senso secondo il quale appartiene al proprio tempo, di cui per tanti aspetti è espressione, ma anche sempre lo eccede.
Attraverso l’analisi critica dell’esistente essa ne mette, infatti, in discussione configurazioni e assetti, interrogandosi sulle dinamiche profonde che li hanno determinati, in modo da creare le condizioni per la configurazione del “nuovo”. E se – come diceva lo stesso Hegel rivolgendosi ai suoi studenti dell’Università di Berlino – «il filosofo non si intende di profezie» perché ha a che fare «con ciò che è stato e con ciò che è», questo non equivale a legittimare un atteggiamento di giustificazione e assolutizzazione dell’esistente. Rappresenta, invece, il riconoscimento del ruolo essenziale che il pensiero, incarnato nella orizzontalità della vita e della storia, svolge nei confronti della realtà, alla luce dei processi che l’hanno determinata e in vista della costruzione del futuro. D’altronde, non è possibile rinunciare al dinamismo del progetto, e, con esso, alla forza motrice di motivazioni, principi, valori e ideali che spingono oltre il ristretto perimetro del singolo Sé, sottraendolo all’apatia morale e alla passiva accettazione del dato. Non è possibile, cioè, rinunciare alla dimensione della speranza e della domanda – come scriveva Ernst Bloch – intorno al nostro “da dove”, “verso dove” e “a quale scopo”. Si tratta di una domanda radicale, la quale, senza cedere all’ingenua visione di un progresso lineare, garantito nei suoi successi, pone l’uomo dinanzi alla propria finitezza e, perciò, alla responsabilità delle proprie scelte e dei propri comportamenti, che investono non solo la sfera etico-politica ma anche quella dello sviluppo della scienza e delle conoscenze.
Di fronte al pericolo di spinte irrazionalistiche – oggi da più parti visibili – e di una forma di razionalità puramente tecnico-strumentale – il cui governo effettivo è appannaggio esclusivo di potenti élites tecnocratiche –, è necessario riaffermare l’importanza della filosofia e della sua capacità di interrogazione critica e di dialogo. È quello che intende fare la Società Filosofica Italiana nel suo Convegno nazionale, dedicato a Forme della cura e della relazione. Oltre il peso rivestito dai singoli concetti, si è voluto porre l’accento sul legame che li unisce nella misura in cui rende possibile la coniugazione del dinamismo della relazione – che implica il movimento dell’oltrepassamento del sé verso l’alterità – con la “pazienza” del gesto di cura in quanto rinuncia ad ogni postura assertiva o intento assimilatorio. In generale, solo il custodire le differenze, il prendersene cura lasciandole essere e rispettandone l’irriducibilità, rende possibile l’istituzione di un’autentica relazione. Si tratta di un principio generale, teorico ed etico-pratico, che investe ambiti e aspetti diversi assumendo, conseguentemente, diverse forme e declinazioni.
Le sessioni del Convegno ne affrontano alcune, a partire dalla centralità della dimensione etica e politica nel dibattito interculturale e nel nesso individuo-comunità, che rimanda all’ideale aristotelico dell’epiméleia e dell’eudemonia, in quanto realizzazione piena degli individui nella vita politica secondo la loro natura e disposizione, ripreso nella contemporaneità attraverso la prospettiva della moderna acquisizione del principio della diversità individuale. Particolarmente rilevante appare, poi, l’indagine circa la possibilità stessa e la modalità della relazione tra intelligenza naturale e intelligenza artificiale alla luce dell’idea di cura e nel più ampio contesto dell’approfondimento dei processi di genealogia dell’umano tra la sfera biologica e quella storico-culturale. Come pure è importante riflettere circa la possibilità di una visione di integrazione tra i saperi basata su una forma di relazione non riconducibile a primati epistemologici, fino a far emergere il ruolo dell’arte come “luogo” della cura e del riconoscimento dell’umano. E, certo, non è possibile non richiamare l’importanza fondamentale di approcci didattici improntati alla formazione nelle giovani generazioni del senso della cura e della relazione, privilegiando la dimensione pratico-esperienziale.
Ben lontani dal volere imboccare facili scorciatoie – rappresentate dall’uso o, come spesso accade, dall’abuso di toni retorici , lo sforzo che le giornate del convegno di Perugia intendono fare discutendo di cura e relazione è quello di non arrestarsi al piano, pur indispensabile, della chiarificazione storico-teorica dei concetti e dei problemi per metterne alla prova la capacità di tradursi nella orizzontalità dell’attivazione di pratiche concrete.
In un quadro di sostanziale decadimento dell’etica pubblica, questo è probabilmente uno dei compiti principali che appartiene alla filosofia e che ne amplia il raggio d’azione estendendolo, nella forma di una produttiva circolarità che esclude anch’essa prospettive di tipo gerarchico, dagli ambiti dell’università e della scuola a quello del dibattito collettivo. Partendo da un apparente paradosso: che il bisogno di filosofia emerga, forte, anche nelle nuove generazioni, proprio in un’epoca caratterizzata dalla iperfetazione del dato e dall’illusione del possesso di un mondo tutto squadernato e immediatamente disponibile. Basti pensare, a questo proposito, all’ultimo prodotto di xAI, Grok 4, che si qualifica in quanto truth-seeking.
Per l’appunto, si tratta di un’illusione, che mostra, però, come in ogni tempo di crisi e di trasformazione profonda cresca la necessità di chiamare in gioco il pensiero e i suoi strumenti.

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