Un sogno di giustizia
sociale e ambientale in America latina

Erode continua a minacciare. La sua figura non appartiene solo al passato. Rappresenta ogni struttura che assolutizza il controllo, concentra i benefici ed elimina ciò che considera pericoloso
January 6, 2026
Fin da piccola ho imparato a considerare questi giorni come una frattura nel calendario, un momento capace di risvegliare le coscienze e mobilitare le volontà. Non per ingenuità, ma perché la memoria credente sa che, anche nel cuore della notte, ci sono piccoli gesti che aprono nuovi orizzonti. La scena di Betlemme non appartiene al folklore né al sentimentalismo religioso. È una chiave di lettura per comprendere la storia, anche la nostra, segnata da dispute di potere, esclusioni persistenti e ricerche ostinate di una vita dignitosa. Betlemme appare come un punto quasi invisibile sulla mappa. Non è una capitale, non concentra prestigio né garantisce sicurezza. Tuttavia, lì accade l’impensabile, perché convergono corpi umani, animali, astri e silenzi attorno a una creatura fragile. Il presepe riunisce ciò che è disperso e restituisce centralità a ciò che di solito rimane ai margini. In quello spazio ridotto, ogni presenza trova posto senza gerarchie. Nessuno è in più, nessuno domina, nessuno accumula. Tutto è disposto per prendersi cura della nascita, per sostenere la promessa che appena respira. Il cielo e la terra si toccano non per un atto di forza, ma per la tenerezza che sostiene la vita quando arriva senza privilegi.
La famiglia che custodisce quell’inizio non porta risposte definitive né soluzioni immediate. Porta piuttosto una domanda aperta: quale mondo è possibile quando l’essenziale non viene difeso con le armi, ma con i legami? In questo scenario periferico, l’intera creazione sembra unirsi all’evento, ricordando che la salvezza non avviene al margine della terra, ma in dialogo con essa. L’intero cosmo partecipa a una nascita che riconfigura le relazioni e ridefinisce le priorità. Lì arrivano anche i saggi d’Oriente, attenti lettori dei segni dei tempi. Non appartengono al centro religioso né politico; provengono da altre geografie, lingue e tradizioni. La loro saggezza non si impone, si offre. Riconoscono la novità senza possederla e danno ciò che sono e ciò che hanno per sostenerla. Essi incarnano la capacità dei popoli di discernere percorsi alternativi, di non sottomettersi all’unica logica del potere, di inchinarsi davanti a ciò che custodisce l’esistenza. Nel loro gesto si rivela una spiritualità dello spostamento, dell’itineranza, sanno ritirarsi per altri sentieri quando il sistema minaccia la vita.
Perché, nel frattempo, Erode continua a minacciare. La sua figura non appartiene solo al passato. Rappresenta ogni struttura che assolutizza il controllo, concentra i benefici ed elimina ciò che considera pericoloso. La sua paura non nasce dalla debolezza, ma dall’ossessione di conservare i privilegi. La violenza diventa quindi uno strumento legittimo e la morte un costo accettabile. Il grido degli indifesi e il gemito della terra non fermano il suo progetto. Cambiano i nomi, si modernizzano i discorsi, ma l’intenzione persiste, cioè dominare, sfruttare, manipolare, mettere a tacere. L’America Latina conosce bene questo dramma. Ogni comunità che resiste allo spoglio, ogni territorio minacciato, ogni corpo impoverito assomiglia a Betlemme, cioé, luoghi apparentemente secondari dove, tuttavia, germogliano alternative. Lì i popoli ricreano il mondo con canti, racconti, rituali e lotte che sostengono la speranza. Non si tratta di romanticismo, ma di una saggezza intessuta nelle avversità, capace di sognare la giustizia socio-ambientale come orizzonte comune. In questi processi, la vita viene difesa collettivamente e la fede diventa impegno storico.
Non mancano le stelle in questo periodo. Alcune brillano timidamente, manifestandosi in gesti di indignazione organizzata, alleanze solidali, riflessioni condivise, pratiche di cura. Altre attraversano rapidamente il cielo, accendendo immaginari che contagiano il desiderio di una terra senza male, senza oppressione né saccheggi. Non sempre illuminano in modo costante, ma orientano il cammino e ricordano che non tutto è perduto. Chi impara a guardarle scopre percorsi inaspettati. Tornare oggi a Betlemme significa assumere una posizione etica e spirituale. Significa schierarsi dalla parte della fragilità che resiste, ascoltare i popoli che interpretano i segni dal basso e rifiutare i patti con Erode, anche se promettono sicurezza. La storia non è chiusa. Ogni nascita curata, ogni territorio difeso, ogni legame ripristinato annuncia che un altro modo di abitare il mondo è ancora possibile. In questa convinzione si sostiene il sogno che la giustizia abbracci la terra e che la speranza, anche se piccola, continui a trovare dove nascere.

© RIPRODUZIONE RISERVATA