Siamo in corsa verso il precipizio, adottiamo una filosofia della pace
Dobbiamo “fare guerra” a tutte quelle condizioni e quelle ideologie che vedono nel conflitto armato la “soluzione” per eccellenza e scartano vie non violente
Caro Avvenire,
«Quel che crea allarme è il fatto che ci si muove su un crinale in cui, anche senza volerlo, si può scivolare in un baratro di violenza incontrollata». Così Sergio Mattarella a Lubiana il 10 settembre 2025. Una «terza guerra mondiale a pezzi» sembra saldarsi, dispiegarsi. Mattarella e papa Leone XIV richiamano con forza l’umanità al senso di responsabilità. E la osservano correre sull’orlo di un precipizio. Anzi, verso l’abisso di una guerra globale: un punto di non ritorno – tipping point – del sentiero della storia? In tanti sembrano sonnambuli ignari delle tragedie del passato, sospesi nel vuoto esistenziale, immersi in un nichilismo integrale. L’uomo, imprudente, appare oggi animato da una sorta di cupio dissolvi. A noi alimentare un conatus essendi – un «desiderio di esserci» per la pace.
Vito Melia
«Quel che crea allarme è il fatto che ci si muove su un crinale in cui, anche senza volerlo, si può scivolare in un baratro di violenza incontrollata». Così Sergio Mattarella a Lubiana il 10 settembre 2025. Una «terza guerra mondiale a pezzi» sembra saldarsi, dispiegarsi. Mattarella e papa Leone XIV richiamano con forza l’umanità al senso di responsabilità. E la osservano correre sull’orlo di un precipizio. Anzi, verso l’abisso di una guerra globale: un punto di non ritorno – tipping point – del sentiero della storia? In tanti sembrano sonnambuli ignari delle tragedie del passato, sospesi nel vuoto esistenziale, immersi in un nichilismo integrale. L’uomo, imprudente, appare oggi animato da una sorta di cupio dissolvi. A noi alimentare un conatus essendi – un «desiderio di esserci» per la pace.
Vito Melia
Caro Melia,
ha perfettamente ragione nel ricordare i richiami alla ragionevolezza e alla pace, ahinoi finora inascoltati da alcuni leader mondiali, che provengono dalle maggiori autorità morali che abbiamo oggi, operanti a meno di tre chilometri di distanza l’uno dall’altro nel cuore di Roma. Spesso sottovalutiamo il ruolo spirituale e politico che l’Italia esercita in questi anni grazie al Pontefice – rappresentante di quasi 1,5 miliardi di cattolici e voce ascoltata anche dagli altri 900 milioni di cristiani – e con la saggezza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, non a caso premiato con lauree honoris causa in diversi Paesi europei. Queste settimane, tuttavia, ci mettono di fronte a una realtà che avvicina lo scenario dipinto dal capo dello Stato nel suo discorso in Slovenia del settembre scorso. La guerra contro l’Iran si sta confermando una scelta infausta – non solo per il ricorso alle armi, sempre sconfitta per l’umanità, come Papa Francesco e vari suoi recenti predecessori hanno più volte ribadito –, ma anche per il calcolo grossolanamente sbagliato del suo svolgimento da parte degli Stati Uniti (in primo luogo) e di Israele. Era da attendersi la reazione di Teheran di forte e duraturo impatto sull’economia globale – sia chiaro: essa si colloca fuori dalla legalità internazionale quando colpisce ogni tipo di obiettivo civile, comprese le infrastrutture energetiche. Così come pareva irrealistico indurre alla resa il regime teocratico in pochi giorni, colpendolo esclusivamente con i raid dal cielo. In tutto questo, le vittime del conflitto sembrano passare del tutto in secondo piano, siano i caduti in Iran, in Libano, in Israele o nei Paesi del Golfo. Si sente esultare per l’uccisione dei vertici della Repubblica islamica, si presentano i lanci di missili e i bombardamenti come videogiochi eccitanti, deumanizzando il nemico e banalizzando la morte di decine di ragazze nella scuola di Minab centrata per errore il 28 febbraio, primo giorno degli attacchi. Ma gli stessi pasdaran, sedicenti difensori della causa palestinese, sono all’origine della strage in un salone di bellezza della Cisgiordania, colpito da frammenti di missile nel corso di un attacco verso il territorio israeliano. È forse questo il nichilismo cui lei accenna, caro Melia, nel suo accorato appello? Forse sì, un po’ nichilisti siamo diventati se ci lasciamo scivolare addosso queste tragedie. Ci preoccupiamo, giustamente, del rincaro dei carburanti, che colpisce in misura maggiore le fasce già più svantaggiate della popolazione; tendiamo, però, a rimuoverne le cause, cioè una guerra largamente immotivata in questo momento e condotta senza considerazione dei suoi effetti a cascata, che comprendono anche un aiuto indiretto alla Russia nella sua offensiva contro l’Ucraina. Alcuni miei colleghi stanno organizzando un grande convegno sulla filosofia della pace. L’idea centrale di questa linea di pensiero è che la guerra non rappresenta un elemento immutabile della natura umana né della politica, ma è il risultato di istituzioni, culture e scelte che possono essere trasformate. Il capostipite contemporaneo di questo approccio, il norvegese Johan Galtung, sosteneva che non basta cercare di evitare la guerra, bisogna trasformare le condizioni che la rendono probabile, soprattutto la “violenza strutturale” fatta di povertà, oppressione e disuguaglianza. Anche questo è un modo, probabilmente il migliore, di dare concretezza al motto adottato da tanti per legittimare la corsa agli armamenti: Si vis pacem, para bellum. Non è mai (solo) questione di deterrenza. Dobbiamo “fare guerra” a tutte quelle condizioni e quelle ideologie che vedono nel conflitto armato la “soluzione” per eccellenza e scartano vie non violente. Anche in conclusione, caro Melia, concordo con lei: sta a ciascuno di noi alimentare il desiderio di esserci per la pace, declinato in molte forme: si spera le più efficaci per i tempi bui che stiamo attraversando.
ha perfettamente ragione nel ricordare i richiami alla ragionevolezza e alla pace, ahinoi finora inascoltati da alcuni leader mondiali, che provengono dalle maggiori autorità morali che abbiamo oggi, operanti a meno di tre chilometri di distanza l’uno dall’altro nel cuore di Roma. Spesso sottovalutiamo il ruolo spirituale e politico che l’Italia esercita in questi anni grazie al Pontefice – rappresentante di quasi 1,5 miliardi di cattolici e voce ascoltata anche dagli altri 900 milioni di cristiani – e con la saggezza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, non a caso premiato con lauree honoris causa in diversi Paesi europei. Queste settimane, tuttavia, ci mettono di fronte a una realtà che avvicina lo scenario dipinto dal capo dello Stato nel suo discorso in Slovenia del settembre scorso. La guerra contro l’Iran si sta confermando una scelta infausta – non solo per il ricorso alle armi, sempre sconfitta per l’umanità, come Papa Francesco e vari suoi recenti predecessori hanno più volte ribadito –, ma anche per il calcolo grossolanamente sbagliato del suo svolgimento da parte degli Stati Uniti (in primo luogo) e di Israele. Era da attendersi la reazione di Teheran di forte e duraturo impatto sull’economia globale – sia chiaro: essa si colloca fuori dalla legalità internazionale quando colpisce ogni tipo di obiettivo civile, comprese le infrastrutture energetiche. Così come pareva irrealistico indurre alla resa il regime teocratico in pochi giorni, colpendolo esclusivamente con i raid dal cielo. In tutto questo, le vittime del conflitto sembrano passare del tutto in secondo piano, siano i caduti in Iran, in Libano, in Israele o nei Paesi del Golfo. Si sente esultare per l’uccisione dei vertici della Repubblica islamica, si presentano i lanci di missili e i bombardamenti come videogiochi eccitanti, deumanizzando il nemico e banalizzando la morte di decine di ragazze nella scuola di Minab centrata per errore il 28 febbraio, primo giorno degli attacchi. Ma gli stessi pasdaran, sedicenti difensori della causa palestinese, sono all’origine della strage in un salone di bellezza della Cisgiordania, colpito da frammenti di missile nel corso di un attacco verso il territorio israeliano. È forse questo il nichilismo cui lei accenna, caro Melia, nel suo accorato appello? Forse sì, un po’ nichilisti siamo diventati se ci lasciamo scivolare addosso queste tragedie. Ci preoccupiamo, giustamente, del rincaro dei carburanti, che colpisce in misura maggiore le fasce già più svantaggiate della popolazione; tendiamo, però, a rimuoverne le cause, cioè una guerra largamente immotivata in questo momento e condotta senza considerazione dei suoi effetti a cascata, che comprendono anche un aiuto indiretto alla Russia nella sua offensiva contro l’Ucraina. Alcuni miei colleghi stanno organizzando un grande convegno sulla filosofia della pace. L’idea centrale di questa linea di pensiero è che la guerra non rappresenta un elemento immutabile della natura umana né della politica, ma è il risultato di istituzioni, culture e scelte che possono essere trasformate. Il capostipite contemporaneo di questo approccio, il norvegese Johan Galtung, sosteneva che non basta cercare di evitare la guerra, bisogna trasformare le condizioni che la rendono probabile, soprattutto la “violenza strutturale” fatta di povertà, oppressione e disuguaglianza. Anche questo è un modo, probabilmente il migliore, di dare concretezza al motto adottato da tanti per legittimare la corsa agli armamenti: Si vis pacem, para bellum. Non è mai (solo) questione di deterrenza. Dobbiamo “fare guerra” a tutte quelle condizioni e quelle ideologie che vedono nel conflitto armato la “soluzione” per eccellenza e scartano vie non violente. Anche in conclusione, caro Melia, concordo con lei: sta a ciascuno di noi alimentare il desiderio di esserci per la pace, declinato in molte forme: si spera le più efficaci per i tempi bui che stiamo attraversando.
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