«L’IA spinge la velocità». La scuola? Sviluppi il pensiero critico

L'istruzione dovrebbe formare alla complessità. Se deleghiamo tutto questo a un sistema automatico, rischiamo di perdere competenze. La sfida è fare entrare nel processo i nuovi strumenti senza che i ragazzi rinuncino a costruirsi una propria abilità
May 1, 2026
Caro Avvenire, la bozza delle Indicazioni nazionali per i licei del 2026 non coglie la portata del cambiamento indotto dalla rivoluzione informatica. Non si tratta di una semplice innovazione tecnologica, ma di una trasformazione delle forme del pensiero. Seguendo Marshall McLuhan, il digitale non è uno strumento neutro: è un ambiente che plasma la mente. Per questo è un equivoco ritenere che l’introduzione della tecnologia migliori di per sé l’insegnamento. L’Intelligenza artificiale conversazionale modifica i processi cognitivi: privilegia l’interazione continua, l’immediatezza della risposta, la riduzione della fatica. Gli studenti vivono immersi in un contesto rapido e frammentato, dominato da immagini ed emozioni. Si affermano attenzione breve e pensiero associativo. Il documento ministeriale presuppone invece una mente capace di concentrazione prolungata e sviluppo logico-sequenziale. Ne deriva una frattura. Il problema non è chiudersi al digitale, ma riequilibrare l’educazione. Se l’ambiente esterno spinge verso velocità e semplificazione, la scuola deve assumere consapevolmente la funzione opposta.
Enrico Fortunato Maranzana
Caro Maranzana, lei solleva una questione importantissima, che sta impegnando attivamente pedagogisti, studiosi di Intelligenza artificiale, insegnanti, filosofi e tante persone consapevoli delle implicazioni della rivoluzione digitale. Che un programma ministeriale possa dall’oggi al domani adottare un approccio perfetto e non controverso, in un contesto tecnologico in continuo e rapidissimo mutamento, pare del tutto implausibile. E quindi sarebbe ingeneroso contestare agli esperti convocati dal ministero – e sul piano politico allo stesso ministro Giuseppe Valditara – di non avere adeguatamente affrontato la trasformazione in corso. Le posso dire con sicurezza che nessuno sa davvero quale sia la via migliore per la scuola. Si deve prendere una strada, certo; qualcuna sarà migliore delle altre, ma vi è il rischio concreto, lo sospettano in tanti, che nessuna sia quella giusta.
Il suo punto è che l’istruzione formale dovrebbe svolgere la funzione opposta o, meglio, compensativa, rispetto agli effetti dell’IA generativa. Non si tratta di una contrapposizione, piuttosto il rischio è quello della sostituzione. La scuola dovrebbe formare e spingere al pensiero critico, ovvero alla capacità di non fermarsi alla prima risposta. Significa saper fare domande, cercare ragioni, distinguere fatti e opinioni, valutare le fonti, riconoscere errori di ragionamento e cambiare idea quando emergono buoni argomenti contrari ai nostri. Se deleghiamo tutto questo a un sistema automatico capace, mediamente, di svolgere bene o benissimo molti dei compiti cognitivi a cui siamo chiamati – scrivere un testo, fare una ricerca, costruire un’argomentazione, replicare a un punto di vista – rischiamo di non sviluppare più queste competenze, o di perderle progressivamente. La sfida è fare entrare nel processo scolastico i nuovi strumenti, che possono rivelarsi utilissimi, senza che i ragazzi rinuncino a costruirsi una propria abilità autonoma di pensiero critico. Privi di essa, andiamo verso un futuro fatto di persone dipendenti e manipolabili, alla mercé di strumenti avanzati che non sapranno né comprendere né controllare.
Non le nascondo, caro Maranzana, che nemmeno questa previsione è particolarmente affidabile, date le condizioni inedite in cui ci troviamo. Tuttavia, sembra uno scenario prudenziale da considerare con attenzione. Nel peggiore dei casi, ci saremo preoccupati troppo per uno degli scopi fondamentali dell’educazione. Il tema cruciale è non sottovalutare quei processi che ho evidenziato con i termini messi in corsivo sopra: sostituzione, delega, perdita. Com’è evidente, si tratta di fenomeni che implicano una partecipazione attiva di noi umani. Non è la macchina a cambiarci contro la nostra volontà, anche se le dinamiche sociali e le strutture di potere hanno un ruolo nello spingerci verso alcuni comportamenti. Abbiamo ancora un ampio margine per adottare un rapporto sano ed equilibrato con l’Intelligenza artificiale, superando la tentazione del minimo sforzo. Ecco perché la scuola deve mettere gli studenti a confronto con il mezzo e provare a mantenere i propri obiettivi, declinati in modo coerente con la nuova situazione.
Se mi permette, possiamo fare un’analogia con il caso esploso in merito al proposto spostamento/ridimensionamento della lettura dei Promessi sposi. Non ha senso stracciarsi preventivamente le vesti. Il romanzo di Manzoni (un capolavoro, beninteso) è entrato nel sentire profondo del Paese perché generazioni di studenti lo hanno letto al liceo, non perché sia l’unica opera letteraria meritevole di approfondita analisi. Se si sceglieranno bene le alternative, in sintonia con i tempi, le sensibilità e le risorse di comprensione, si arricchirà la formazione dei giovani, oggi spesso provenienti, tra l’altro, da tradizioni culturali diverse. Insomma, la scuola non può ignorare il mutare delle società, ma nello stesso tempo deve esserne un attore fondamentale di trasformazione, dentro un circuito si spera virtuoso. Un compito, come diceva padre Dante – anch’egli forse un po’ ristretto nei futuri programmi – che davvero “fa tremar le vene e i polsi”.

© RIPRODUZIONE RISERVATA