Torte in faccia ai lavoratori per umiliarli. Indigniamoci
Punizioni filmate e diffuse in un’azienda spagnola: sette arresti. Il caso riapre il tema dello sfruttamento, ma mostra anche più denunce, indagini rafforzate e crescente attenzione pubblica
Caro Avvenire, ci sono notizie che non dovrebbero mai essere scritte, perché raccontano un’umanità che pensavamo di aver lasciato alle spalle. E invece no. Esistono ancora. Accadono oggi, nel cuore dell’Europa. Tra Madrid e Fuenlabrada (Spagna), alcuni lavoratori sono stati presi a torte in faccia come “punizione”. Non è uno scherzo, non è folklore aziendale, non è goliardia: è violenza. È umiliazione organizzata, pianificata, trasformata in spettacolo. Filmata. Condivisa. Derisa. Sono seguiti sette arresti per sfruttamento e violazione dei diritti. Ma dietro le carte giudiziarie ci sono persone, non numeri. Persone fragili, spesso clandestine, provenienti dall’America Latina, costrette ad accettare qualsiasi condizione pur di sopravvivere. E allora ecco la lavagna con la classifica, ecco il tribunale quotidiano della produttività, ecco la gogna pubblica per chi non raggiunge gli obiettivi. Ma che lavoro è questo? Viene da chiedersi: dov’è il limite? Quando abbiamo smesso di indignarci?
Francesco Vitale - Catania
Francesco Vitale - Catania
Caro Vitale, le siamo sempre debitori di informazioni puntuali sul mondo del lavoro e sulle ingiustizie che ancora vi si annidano. Oltre che indignato, mi sono incuriosito della vicenda per farmi (e farci) una domanda: la segnalazione di questi casi dopo i provvedimenti giudiziari presi nei confronti dei responsabili indica la persistente esistenza di fenomeni generalizzati di sfruttamento – pensiamo in Italia ai rider e alle microimprese tessili alle quali subappaltano i grandi marchi della moda – oppure è il frutto di una maggiore sensibilità e di una lotta mai così efficace all’illegalità?
Come spesso accade, non siamo di fronte a un’alternativa netta tra due spiegazioni, ma piuttosto alla loro convergenza. Da un lato, lo sfruttamento lavorativo non è purtroppo un residuo del passato. Secondo stime aggiornate della Commissione Ue e dell’Agenzia per i diritti fondamentali (organismo indipendente, conoscitivo e consultivo, costituito nel 2007), centinaia di migliaia di lavoratori si trovano ogni anno in condizioni di vessazione, spesso non registrate come tali. Un recente rapporto dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) indica che nei Paesi ad alto reddito – dunque anche in Europa – una quota non trascurabile di persone vive forme di coercizione indiretta, legate più al ricatto economico e giuridico che alla costrizione fisica – almeno la schiavitù nelle forme classiche è stata superata. I settori più esposti restano quelli già citati: agricoltura, logistica, edilizia, tessile, servizio domestico. E a esserne colpiti sono soprattutto i lavoratori più vulnerabili, in particolare i migranti irregolari che più difficilmente possono fare valere i loro diritti, sia per le difficoltà legate alla lingua e alla conoscenza del sistema sia per il timore di perdere occupazione e possibilità di rimanere nel Paese di approdo.
Sull’altro versante, è altrettanto vero che mai come oggi questi fenomeni emergono, vengono denunciati e sono severamente perseguiti. I dati di Europol mostrano un aumento delle indagini e delle operazioni contro lo sfruttamento negli ultimi cinque anni, mentre la nascita dell’Autorità europea del lavoro ha rafforzato i controlli transnazionali. A ciò si aggiunge un mutamento culturale non secondario: pratiche un tempo liquidate come “goliardia” o “pressione aziendale” hanno pieno riconoscimento per ciò che sono: autentiche forme di umiliazione e violenza. Non assistiamo, quindi, al ritorno di comportamenti esecrabili che credevamo superati, quanto a una progressiva emersione e al loro contenimento. L’abuso lavorativo contemporaneo è spesso meno visibile delle catene fisiche perché si intreccia con forme normalizzate di precarietà, competizione e dipendenza. Quando si manifesta in modo esplicito – come nel caso che lei cita, caro Vitale –fortunatamente suscita scandalo abbastanza diffuso, rendendo evidente ciò che di solito resta nascosto.
I dati – al di là delle singole esperienze di oppressione che non possono mai essere “normalizzate” dentro i grandi numeri e che meritano sempre di essere raccontate – ci allontanano sia da un facile ottimismo sia da un rassegnato disincanto. Lo sfruttamento c’è ancora, in dimensioni tutt’altro che trascurabili, ma cresce anche la capacità di identificarlo e contrastarlo. Rimane la mia perplessità su proprietari e manager ancora troppo poco sensibili alla dignità delle persone, troppo spesso subordinata agli obiettivi aziendali. Persone istruite e appartenenti alla parte privilegiata della società dovrebbero avere più di altri la capacità e la spinta etica per costruire regole e controlli, così da prevenire condotte eticamente inaccettabili oltreché illegali. Tra l’altro, nell’era dell’immagine, sarebbe nel loro pieno interesse. Sta anche a noi consumatori tenere alta l’attenzione e premiare e penalizzare con le nostre scelte di acquisto gli imprenditori che sappiamo essere più o meno virtuosi.
© RIPRODUZIONE RISERVATA


