Come insegnare storia a scuola? Sì a un dibattito onesto e aperto

Oltre alle Indicazioni nazionali, è giusto che all’insegnante sia riconosciuto, pur nel rispetto del consenso scientifico raggiunto sui fatti, un adeguato margine di discrezionalità didattica
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May 29, 2026
Come insegnare storia a scuola? Sì a un dibattito onesto e aperto
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Caro Avvenire,
insegno Filosofia e Storia da molti anni e Le scrivo per esprimere alcune preoccupate considerazioni in riferimento alle nuove indicazioni ministeriali sulla Storia nei Licei. Qui l’approccio è ben diverso dalle altre materie: i «nuclei tematici» (15 nel secondo biennio e 14 solo nel quinto anno) «non potranno essere tralasciati»; all’interno dei suddetti nuclei vengono poi specificati i «punti rilevanti» (mediamente una decina per ogni nucleo) che «i docenti potranno variamente approfondire». La Storia è l’unica disciplina «disciplinata», attraverso un programma estremamente articolato, diversamente dalle Indicazioni, ora vigenti, del 2010. Un esempio (non a caso) di nucleo tematico. «Mussolini alla conquista del potere. Il biennio rosso: disordini sociali e massimalismo socialista. Le elezioni del 1919. La reazione fascista e lo squadrismo agrario. La paralisi parlamentare. L’incapacità repressiva degli apparati statali. L’abilità tattica di Mussolini, la marcia su Roma e la maggioranza liberale-popolare-fascista. La legge Acerbo e la vittoria elettorale del 1924. Il delitto Matteotti e il fallimento dell’Aventino. La svolta autoritaria del 3 gennaio». In tale passione per il dettaglio, il lessico e la successione dei «punti rilevanti» sono significativi. Il fascismo è forse da interpretare come una reazione ai disordini sociali, portata avanti da un abile tattico, che approda formalmente alla svolta autoritaria solo nel 1925?
Evelina Piscione, Roma
Gentile professoressa Piscione,
lascio ampio spazio alla sua lettera, perché delle Indicazioni nazionali si sta discutendo molto, e ritengo che sia un argomento meritevole di ampia riflessione, giacché riguarda ciò che i liceali studieranno e, verosimilmente, la loro comprensione del passato recente. Premettendo che non sono uno storico, come filosofo accademico mi limito ad alcune annotazioni, sperando che altri studiosi più titolati proseguano il dibattito. Innanzitutto, le Indicazioni diffuse in aprile non sono ancora definitive, anche se probabilmente non cambieranno in modo radicale. Detto questo, alcuni storici hanno notato che si tratta di un programma molto prescrittivo, con una forte impronta interpretativa, come lei sottolinea.
Sulla rivista il Mulino, lo storico dell’Università Roma Tre Giorgio Caravale ha mosso una critica piuttosto netta al documento ministeriale, in quanto, a suo parere, segna una discontinuità rispetto alla didattica più recente, riportando la storia verso una funzione identitaria e nazionale più che analitica e problematizzante. Il cuore dell’obiezione è che la storia viene recuperata come disciplina chiave, funzionale a rafforzare un’appartenenza. Caravale collega questa impostazione alla formula del «rifare gli italiani», un’espressione che richiama periodi post-unitari nei quali l’insegnamento della storia aveva il compito di costruire coesione sociale e adesione anche sentimentale allo Stato. Caravale insiste pure su quello che manca: prospettiva di genere, colonialismo, migrazioni, storia del lavoro, conflitti sociali, ambiente, che considera categorie indispensabili per capire i rapporti di potere, le disuguaglianze, le trasformazioni delle società. La loro marginalizzazione sarebbe coerente, nella sua lettura, con una storia più pacificata, compatta, meno attenta alle fratture e ai conflitti. Di conseguenza, un impianto fondato su una narrazione già data riduce il docente a «esecutore» di un racconto ministeriale, limitandone la libertà sancita dall’art. 33 della Costituzione.
Va ricordato che molte delle società scientifiche che raggruppano gli storici italiani avevano già fortemente contestato in questi termini le Nuove Indicazioni ministeriali del 2025 per la scuola dell’infanzia e il primo ciclo di istruzione. Un comunicato congiunto che si può ancora leggere sul sito della Società italiana per lo studio della storia contemporanea - alla base di un’accesa polemica che aveva coinvolto anche Ernesto Galli della Loggia, il coordinatore del gruppo di lavoro - già un anno fa affermava che le Indicazioni «adottano una concezione pedagogica e politica della Storia che appare fortemente nostalgica del Novecento, sicuramente anacronistica rispetto alla realtà della disciplina».
È noto che Giuseppe Valditara, ministro dell’Istruzione e del Merito, rivendichi un (legittimo) approccio identitario e un’idea precisa di che cosa la storia dovrebbe essere come disciplina. Nessuno può nemmeno illudersi che le Indicazioni nazionali, dovendo selezionare tra un programma idealmente infinito, possano essere perfettamente neutre nei loro esiti e tali da soddisfare ogni studioso (anche perché un documento capace di accontentare tutti sarebbe forse talmente generico da risultare poco utile o segnalerebbe una preoccupante omologazione). Ciò, tuttavia, non significa che si debba plasmare l’intera scuola italiana su una concezione parziale e in qualche misura anche ideologica dell’insegnamento di una materia cruciale. Lo stesso esempio sul fascismo che lei porta, gentile professoressa Piscione, è leggibile in diversi modi. Ed è giusto che all’insegnante sia riconosciuto, pur nel rispetto del consenso scientifico raggiunto sui fatti, un adeguato margine di discrezionalità didattica. Insomma, il tema è troppo importante per essere liquidato come una disputa tra specialisti. Merita invece ulteriori, approfondite considerazioni ed eventuali correzioni alle Indicazioni ministeriali.

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