«Quei leader “devianti” o non eletti». È ora di pensarci

Una lettrice si chiede se siamo finiti in cattive mani a causa di alcuni soggetti a cui è affidato il governo. Nelle democrazie avanzano sempre più spesso figure aggressive e divisive, capaci di trasformare provocazione e conflitto in consenso elettorale
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May 26, 2026
Caro Avvenire , la politica espressa ai suoi massimi vertici mondiali preoccupa diffusamente, ancor più quando essi sono emanazione di un sistema democratico. Ci si chiede come sia possibile non riconoscere l’evidente devianza di alcuni soggetti a cui è affidato il governo di una nazione, piccola o grande che sia. Ma mi chiedo anche chi ha eletto e per quanto tempo dura l’incarico dei vertici delle istituzioni sovranazionali come Onu e Oms che, specie nel primo caso, non danno segnali di vitalità operativa seria ed efficace. C’è un evidente decadimento dello spessore morale e culturale di chi è ai posti di comando e sta procurando danni indicibili a ogni livello e latitudine. Certo è che nessuno può chiamarsi fuori. Almeno si preghi.
Maria Giovanna Galli
Cara signora Galli, ogni epoca ha avuto governanti inadeguati. Il pregio principale delle democrazie – per alcuni teorici, il loro vero carattere qualificante, tale da renderle preferibili a qualsiasi altro sistema – è che hanno procedure istituzionalizzate e condivise per sostituire periodicamente i (cattivi) leader e provare a installarne di migliori. In alcune entità politiche di secondo livello, per esempio le organizzazioni sovranazionali, i vertici vengono scelti attraverso procedure indirette. Il Segretario generale dell’Onu, per esempio, è nominato dall’Assemblea generale su raccomandazione del Consiglio di Sicurezza. Negli organismi tecnici, quale l’Oms per la sanità, ha senso che la designazione del direttore generale sia una procedura in cui hanno soprattutto voce in capitolo gli Stati con i loro esperti, anche se spesso prevalgono logiche geopolitiche. Detto questo, come si sta vedendo nella crisi mediorientale e come si era osservato durante la pandemia di Covid-19, ha molto più potere il capo della Casa Bianca che non il segretario generale dell’Onu, e molta più influenza sulle restrizioni anti-contagio un presidente del Consiglio che non il responsabile mondiale delle direttive sanitarie residente a Ginevra.
Veniamo allora agli eletti. Siamo davvero in cattive mani, e per colpa nostra, o almeno di chi li ha convintamente votati? I verdetti storici sono da emettere sempre con una certa cautela mentre gli eventi vanno svolgendosi. Di certo, sembra che il nostro tempo presenti nei posti di comando non pochi soggetti “devianti”, secondo la sua definizione, cara signora Galli. Sono figure pubbliche ben note, dal profilo sempre più aggressivo e divisivo. Questi leader non si limitano a esprimere posizioni radicali; sembrano costruire una parte rilevante del proprio successo su uno stile fatto di provocazioni, esagerazioni, rottura dei tabù politici e culturali, spettacolarizzazione del conflitto e introduzione sistematica di toni incivili nel dibattito. La domanda è pertanto perché quel modo di essere e di comunicare risulti efficace nelle urne.
Due studiosi, Alessandro Nai e Jürgen Maier, nel loro libro Dark Politics, hanno proposto di leggere una parte della politica contemporanea attraverso il ruolo dei tratti negativi della personalità, sia nei capi sia nei loro sostenitori. Il riferimento è alla “triade oscura”, una costellazione di tre tratti psicologici: narcisismo, psicopatia cosiddetta subclinica e machiavellismo. Il narcisismo, ormai è noto, indica bisogno di ammirazione, senso di superiorità, tendenza a presentarsi come figura eccezionale e indispensabile. La psicopatia, qui non intesa come diagnosi psichiatrica, rimanda a freddezza emotiva, impulsività, scarsa empatia, propensione al rischio e ridotta sensibilità per le conseguenze morali delle proprie azioni. Il machiavellismo, infine, riguarda la tendenza alla manipolazione, al calcolo opportunistico, all’uso strumentale degli altri e alla convinzione che il fine giustifichi mezzi moralmente discutibili.
La tesi di Nai e Maier è che questi tratti da anomalie individuali possano diventare risorse da spendere in un ambiente democratico polarizzato, mediatizzato e sempre più incline alla politica da talk show e social media. Sulla base di un’ampia mole di dati, i due autori mostrano che la triade oscura è presente soprattutto negli esponenti populisti e sembra favorire campagne negative e polemiche, risultando attraenti soprattutto per elettori che presentano a loro volta disposizioni simili.
È interessante notare che leader siffatti, soprattutto quando sono già al potere, hanno maggiori probabilità di successo. Ciò non significa che risultino vantaggiosi per i Paesi che poi guidano. Al contrario, il loro approccio finisce con l’aumentare il cinismo pubblico e avviare processi di erosione democratica. Deve preoccuparci, quindi, che continuino a piacere a molti cittadini, attratti a quanto pare anche da una certa sintonia di personalità, oltre che dai loro programmi. Ma non tutta la politica si spiega con la psicologia della personalità, e meno ancora con la psichiatria, ovviamente. In altra direzione va, per esempio, Una straordinaria follia di Nassir Ghaemi, solido volume in cui depressione, bipolarità o tratti maniacali dei governanti sono letti, almeno in alcuni casi, come possibili fonti di realismo, empatia e creatività quando servono decisioni importanti. Il suo consiglio di pregare (per candidati orientati al bene comune, immagino) rimane in ogni caso, cara signora Galli, uno dei migliori tra quelli disponibili…

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