«Tanti stranieri e una città che cambia». Usiamo gli occhiali giusti

Un lettore racconta lo spaesamento davanti al volto multietnico di Gavardo, nel Bresciano. Certo, le difficoltà non mancano, la criminalità esiste, certe zone possono essere a volte percepite come meno sicure. Ma è utile richiamare il valore dell’integrazione e il rischio delle letture allarmistiche
May 8, 2026
Caro Avvenire,
a Gavardo, in provincia di Brescia, c’è una piazza che i residenti chiamano con una certa brutalità realista “piazza Africa”. È la piazza del Municipio che nel pomeriggio si riempie di un mosaico umano che poche città italiane sanno eguagliare: uomini seduti sulle panchine, ai tavolini dei bar, sotto la pensilina degli autobus. Dal raro bianco al nero profondo, passando per Pakistan, India, Sri Lanka, Marocco, Egitto, Tunisia, Bangladesh e Ghana. Ho avuto occasione di attraversarla in questi giorni con alcuni amici di Brescia, venuti per l’annuale Fiera. Erano colpiti. A Brescia, mi dicevano, la folla delle cinque del pomeriggio è ancora quella degli impiegati, dei commessi, dei bancari: la folla piccolo-borghese di ogni città europea. Qui invece si ha l’impressione di trovarsi nel ventre dell’Italia vera. Non è un’eccezione provinciale: è una fotografia del Paese. Gli appartamenti del centro storico, un tempo dei commercianti locali, quindici anni fa sono passati a romeni e albanesi che, con lavoro e fatica, oggi possono permettersi qualcosa di più. Quelle stesse case vengono ora rilevate dal fruttivendolo del Bangladesh. È una staffetta immobiliare che racconta più di molte analisi. Come Giona nel ventre della balena, ci si ritrova dentro qualcosa di grande senza averne visto i contorni da fuori. Alla fiera, tra le bancarelle, abbiamo incontrato molte donne in tunica lunga; qualcuna col velo integrale, nessuna in minigonna. Ma anche famiglie miste, ragazzi che parlano bresciano stretto. Non parliamo di allarme sociale, ma della realtà che la provincia italiana farebbe bene a guardare in faccia, con la stessa curiosità con cui Giona dovette chiedersi dove fosse stato.
Giulio Treccani - Gavardo (Bs)
Caro Treccani, la storia di Giona, di cui Luigino Bruni ha scritto sapientemente in una delle sue serie bibliche su Avvenire, mi ha sempre affascinato, e per questo la sua lettera ha attirato la mia attenzione, anche se le confesso che non colgo appieno l’analogia tra la trasformazione sociale di Gavardo e l’esperienza del profeta nel ventre del grande pesce. In ogni caso, nel quadro che lei dipinge – e che ho lasciato integrale perché a suo modo indicativo –, noto un certo spiazzamento che confina con il disagio e la disapprovazione, se non suoi, di molti concittadini italiani.
Le persone di recente immigrazione in Italia non sono distribuite in modo omogeneo sul nostro territorio. Dove c’è più offerta di lavoro si concentrano i giovani e gli adulti stranieri che hanno voglia e bisogno di trovare una fonte di sostentamento, ragione per la quale hanno lasciato il loro Paese. Senza di loro l’economia e i servizi alla persona di casa nostra sarebbero già vicini al tracollo, privi di addetti essenziali. Ma non c’è solo questo aspetto positivo, seppure spesso sottaciuto. La “diversità” delle apparenze, delle culture, dei costumi può inquietarci, soprattutto se diamo orecchio agli slogan sull’invasione e la sostituzione etnica, accompagnati dalla proposta della cosiddetta remigrazione (lo abbiamo sentito riecheggiare a Milano nella manifestazione delle destre nazionaliste europee in piazza del Duomo, indifferenti al fatto di trovarsi accanto alla cattedrale della città). A questa narrazione allarmistica mi piace affiancare quella di un paio di insegnanti con cui ho parlato di recente. La prima mi ha raccontato di ragazzi arrivati dall’estero affamati di imparare per crescere e migliorare la propria condizione, più studiosi e impegnati dei loro compagni autoctoni e fortunati alla nascita. La seconda, docente di religione, mi ha riferito di un esperimento con cui ha messo in cattedra i suoi allievi a parlare delle proprie differenti fedi. Il risultato è che tutti hanno imparato qualcosa, gettando i semi della comprensione reciproca e di una convivenza convinta e non subita.
Certo, le difficoltà non mancano, la criminalità esiste (e in alcune componenti delle comunità straniere risulta statisticamente più frequente), certe zone possono essere a volte percepite come meno sicure. Di tutto questo non si può tacere e bisogna farsi carico. Ma spesso mancano in primo luogo interventi per fenomeni che aggravano la povertà di ciascuno, al di là del passaporto o dell’origine: la dispersione scolastica, la disoccupazione giovanile, il lavoro nero, il caro casa. Dove ci si sente meno tutelati oppure si percepisce un declino delle condizioni personali o collettive, la nostalgia di un passato prevedibile e ordinato diventa più acuta. Ma non è una buona consigliera, soprattutto se ci fa misurare il presente in base al colore della pelle o all’abbigliamento altrui. Non lo prenda come un rimprovero, caro Treccani, non lo è e non avrei neppure titoli per farlo. Mi pare una constatazione che dovrebbe consigliarci di guardare la nostra realtà in evoluzione con occhiali più cristiani e più fiduciosi.

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