Ricordare cosa è stato il fascismo per capire il valore del 25 Aprile

Oggi è urgente ritrovarsi nei principi della convivenza plurale che i resistenti ci hanno consegnato, proprio in un momento in cui le tentazioni autoritarie si fanno vicine e concrete
April 28, 2026
Caro Avvenire, all’indomani delle celebrazioni del 25 Aprile si impone una riflessione sul significato della Festa della Liberazione, tornata con forza al centro del dibattito pubblico come momento fondativo della Repubblica e della sua identità democratica. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha richiamato il valore della ricorrenza come occasione di coesione nazionale e di riflessione collettiva, sottolineando come la memoria storica sia uno strumento imprescindibile per la formazione di una cittadinanza consapevole. Le celebrazioni appena concluse hanno inoltre riacceso polemiche e discussioni pubbliche, anche a seguito di dichiarazioni politiche e di gesti di omaggio rivolti ai caduti della Repubblica Sociale Italiana. Episodi che ripropongono il tema, tutt’altro che secondario, della necessità di mantenere una chiara distinzione tra percorsi storici non sovrapponibili. In questo quadro, anche alla luce della mia esperienza nell’Associazione Partigiani Cristiani, ritengo importante ribadire che il rispetto per i morti è un dovere umano che non conosce appartenenze: si deve pietà anche a chi ha combattuto dalla parte sbagliata. Tuttavia, questo rispetto non può tradursi in una confusione dei piani storici e morali, né attenuare il giudizio su ciò che è stato il fascismo e su ciò che ha rappresentato la Resistenza.
Emanuele Gallotti
già vicepresidente nazionale Associazione Partigiani Cristiani
Caro Gallotti,
come non concordare con le illuminate parole del presidente Mattarella sul dovere della memoria e con le sue circa il rispetto di tutti i caduti e le ineliminabili differenze tra fascismo e Resistenza? Dobbiamo fare però i conti con ciò che è accaduto sabato nelle piazze italiane, laddove i valori democratici dell’antifascismo si sono sfrangiati, in troppi casi, nelle identità di singoli gruppi che mettono la propria bandiera in contrapposizione con quella altrui. La Brigata ebraica è stata presa di mira a Milano da molti manifestanti perché ha esibito il vessillo di Israele. Non erano una minoranza infiltrata nel corteo e alcuni dei cori scanditi – con richiami espliciti e volgari alla Shoah – sono stati agghiaccianti. Un episodio di intolleranza sfociato nell’aperto antisemitismo. Certo, si può criticare l’impropria sovrapposizione della causa dello Stato ebraico con quella dell’opposizione al regime e all’occupazione nazifascista. Ma niente può giustificare l’amaro paradosso di rivitalizzare quei sentimenti di odio che caratterizzarono le leggi razziali mussoliniane da parte di coloro che proclamano di marciare per tenere viva la lotta a quelle idee nefaste. E poi gli spari a Roma (per fortuna da un’arma non letale) contro militanti dell’Anpi. E ancora lo spazio negato a testimonianze di solidarietà all’Ucraina. Su un altro piano, la tiepida accoglienza da parte delle opposizioni alle dichiarazioni più esplicite della premier Giorgia Meloni (25 Aprile come “fine dell’oppressione fascista”) e i saluti romani a Dongo di nostalgici fuori dal tempo segnalano le difficoltà che ancora sperimentiamo rispetto a un passato che non dovrebbe più dividerci, come ha ben sottolineato a caldo Vincenzo Spagnolo su queste colonne. È vero che nel dopoguerra la Resistenza è stata vissuta soprattutto attraverso la retorica del Pci e poi della sinistra, ma a combattere per la libertà furono tutte le componenti politiche e sociali del Paese, pur non nella stessa misura. Ha sbagliato il centro-destra a chiamarsi fuori negli anni dal ricordo condiviso che il partito dei cattolici era invece capace di mantenere. Oggi possiamo così vedere sotto le insegne degli eredi dei partigiani gruppi e rivendicazioni che sono disomogenee con la Festa della Liberazione e non le giovano. Proprio le Associazioni come la sua, caro Gallotti, avrebbero il compito di una pedagogia civile che insegni ai giovani in particolare la natura del fascismo e le speranze che muovevano chi si sacrificò opponendosi alla dittatura. Che cosa sanno i faziosi e i settari di oggi dei “martiri” del Ventennio, da Matteotti ad Amendola, da don Minzoni ai fratelli Rosselli, figure da prendere a esempio perenne? E che cosa sanno della violenza, dell’oppressione e dell’ingiustizia coloro che ancora o di nuovo pensano che il Duce abbia fatto anche cose buone? Il 25 Aprile dovrebbe essere un momento di unità e di gioia per quello che ci siamo lasciati alle spalle (ripeto: tornando a illustrarlo in tutta la sua tragicità), per quello che si è raggiunto dopo e per i traguardi cui siamo chiamati. Capire le ragioni di chi ha combattuto dalla parte sbagliata e avere pietà per quelle vittime, caro Gallotti, è doveroso. Penso che tuttavia persino più urgente sia ritrovarsi nei principi della convivenza plurale che i resistenti ci hanno consegnato, proprio in un momento in cui le tentazioni autoritarie si fanno vicine e concrete. Dobbiamo necessariamente attraversarle per capire quanto disumane possano diventare? Questa è la lezione del 25 Aprile. Sporcarla non è solo una profanazione della storia: significa fare un passo indietro, oggi, verso una realtà ben peggiore.

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