«Si fa troppa pubblicità a Vannacci». Forse un po’ sì, ma non si può tacere
I mezzi d’informazione non devono smettere di fare il loro mestiere, ovvero raccontare, verificare, contestualizzare, anche per permettere a chi simpatizza di comprendere la pochezza degli slogan

Caro «Avvenire»,
mi chiedo quanta responsabilità hanno gli organi d’informazione per la crescita nei sondaggi e per alcuni segnali emersi nel recente voto locale dell’ex generale Roberto Vannacci, in quanto hanno esaltato il personaggio e le sue idee estremiste di destra. A mio avviso, si tratta di una figura che propugna posizioni non democratiche e anticostituzionali. La situazione mi ricorda quando, all’inizio dell’ascesa di Mussolini e dei suoi squadristi criminali, il governo dell’epoca e il Re ne negavano il pericolo per la legalità e per la nazione, implicitamente avallando l’ideologia autoritaria e razzista.
Alfio Lisi
Catania
mi chiedo quanta responsabilità hanno gli organi d’informazione per la crescita nei sondaggi e per alcuni segnali emersi nel recente voto locale dell’ex generale Roberto Vannacci, in quanto hanno esaltato il personaggio e le sue idee estremiste di destra. A mio avviso, si tratta di una figura che propugna posizioni non democratiche e anticostituzionali. La situazione mi ricorda quando, all’inizio dell’ascesa di Mussolini e dei suoi squadristi criminali, il governo dell’epoca e il Re ne negavano il pericolo per la legalità e per la nazione, implicitamente avallando l’ideologia autoritaria e razzista.
Alfio Lisi
Catania
Caro Lisi,
quello che lei correttamente intuisce richiama, almeno in parte, l’«effetto Streisand». Si tratta di quel curioso paradosso per cui il tentativo di nascondere, cancellare o censurare un’informazione finisce spesso con il darle molta più visibilità, attirando l’interesse pubblico e favorendone la circolazione. Il nome deriva da un episodio che coinvolse Barbra Streisand. Nel 2003, l’attrice e cantante americana cercò di far rimuovere da Internet una fotografia aerea della sua villa in California, pubblicata all’interno di un progetto di documentazione della costa. Proprio quella richiesta legale, però, rese l’immagine e la circostanza molto più nota di quanto sarebbe mai stata senza il tentativo di eliminarla. Lo stesso è accaduto nel caso di Roberto Vannacci? In qualche modo, ritengo di sì. Soprattutto quando la sua notorietà si è estesa grazie al libro autopubblicato Il mondo al contrario. D’altro canto, c’è un elemento di forte differenziazione rispetto all’effetto Streisand. L’allora generale, poi eurodeputato eletto con la Lega e oggi fondatore di Futuro Nazionale, voleva acquisire attenzione e popolarità: perciò si dava da fare in prima persona per ottenerle. Direi che non sappiamo in quale misura vi sarebbe riuscito senza l’enfasi data dai media ai contenuti identitari e nazionalisti che veicolava. Anch’io scrissi tra i primi un breve corsivo su Avvenire in cui stigmatizzavo i toni razzisti usati nel suo volume a proposito della nostra campionessa di pallavolo Paola Egonu, di cui Vannacci afferma: «È evidente che i suoi tratti somatici non rappresentano l’italianità». Non me ne pento.
quello che lei correttamente intuisce richiama, almeno in parte, l’«effetto Streisand». Si tratta di quel curioso paradosso per cui il tentativo di nascondere, cancellare o censurare un’informazione finisce spesso con il darle molta più visibilità, attirando l’interesse pubblico e favorendone la circolazione. Il nome deriva da un episodio che coinvolse Barbra Streisand. Nel 2003, l’attrice e cantante americana cercò di far rimuovere da Internet una fotografia aerea della sua villa in California, pubblicata all’interno di un progetto di documentazione della costa. Proprio quella richiesta legale, però, rese l’immagine e la circostanza molto più nota di quanto sarebbe mai stata senza il tentativo di eliminarla. Lo stesso è accaduto nel caso di Roberto Vannacci? In qualche modo, ritengo di sì. Soprattutto quando la sua notorietà si è estesa grazie al libro autopubblicato Il mondo al contrario. D’altro canto, c’è un elemento di forte differenziazione rispetto all’effetto Streisand. L’allora generale, poi eurodeputato eletto con la Lega e oggi fondatore di Futuro Nazionale, voleva acquisire attenzione e popolarità: perciò si dava da fare in prima persona per ottenerle. Direi che non sappiamo in quale misura vi sarebbe riuscito senza l’enfasi data dai media ai contenuti identitari e nazionalisti che veicolava. Anch’io scrissi tra i primi un breve corsivo su Avvenire in cui stigmatizzavo i toni razzisti usati nel suo volume a proposito della nostra campionessa di pallavolo Paola Egonu, di cui Vannacci afferma: «È evidente che i suoi tratti somatici non rappresentano l’italianità». Non me ne pento.
D’altra parte, lei stesso, caro Lisi, oltre a usare toni molto critici (che ho dovuto attenuare) nei confronti del parlamentare europeo, rimprovera ai leader del passato di avere sottovalutato la minaccia di Mussolini. Emerge quindi un dilemma implicito nella sua lettera: se controbattiamo attivamente alle idee di Vannacci, gli regaliamo pubblicità. Ma se non mettiamo in guardia gli elettori dai rischi, alcuni di essi voteranno Futuro nazionale con conseguenze negative per il Paese. A parte il fatto che una frazione del centrosinistra (Matteo Renzi in testa) tifa strumentalmente a favore di Vannacci come potenziale inciampo per la maggioranza guidata da Giorgia Meloni alle prossime elezioni, sono convinto che si debba dare conto di ciò che annuncia e fa Futuro nazionale con il suo leader nella misura della sua importanza. L’ex generale gioca sull’ambiguità di un rapporto non risolto con l’eredità simbolica del fascismo (non ha mai voluto definirsi antifascista), ma non penso rappresenti un pericolo attuale per la democrazia in quanto tale. In questo spazio, egli cerca di intercettare i sentimenti di insoddisfazione dell’elettorato, in particolare quello deluso dallo scollamento tra proclami e misure concrete di Lega e Fratelli d’Italia, alimentando nello stesso tempo alcuni cattivi istinti che allignano in molti di noi.
Dopodiché Vannacci sa anche sfruttare molto bene i meccanismi dell’informazione televisiva e i social media, giocando a fare l’estremista e ad attizzare la polemica, consapevole che vale sempre il vecchio motto, spesso attribuito – non sempre con fondamento – a Giulio Andreotti: «Parlate pure male di me, purché se ne parli». Insomma, mi pare che non vi sia una formula magica per ridimensionare mediaticamente Roberto Vannacci, ricordando comunque che in una società libera e pluralista non dovrebbe essere all’ordine del giorno silenziare chicchessia, tanto meno il capo di una forza politica che è ammessa a chiedere il voto popolare. Almeno fintanto che non supera i limiti fissati dalle leggi o, in modo palese, quelli posti dalla sensibilità sociale condivisa. Si spera che il leader di Futuro nazionale non oltrepassi quelle soglie. I mezzi d’informazione non devono intanto smettere di fare il loro mestiere, ovvero raccontare, verificare, contestualizzare, anche per permettere a chi simpatizza per Vannacci di comprendere la pochezza dei suoi slogan.
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