Da Ecuba ai barconi: alla Biennale Teatro il pianto dei migranti

“Cries” è il concerto spettacolo del greco Christos Stergioglou: «Non possiamo cambiare il mondo, ma possiamo mostrare l'orrore della guerra»
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June 2, 2026
Da Ecuba ai barconi: alla Biennale Teatro il pianto dei migranti
il baritono Giorgos Iatrou in “Cries” di Christos Stergioglou (sullo sfondo) / © Theofilos Tsimas
Un grido che attraversa i secoli, dalla tragedia greca ai barconi dei migranti di oggi. Un lamento antico e modernissimo che unisce Ecuba alle vittime delle guerre contemporanee, il canto degli schiavi afroamericani alla poesia di Giorgos Seferis. È questo il cuore di “Cries”, il concerto-spettacolo del regista e attore greco Christos Stergioglou che approda alla Biennale Teatro di Venezia il 9 e 10 giugno al Teatro Verde dell’Isola di San Giorgio, all’interno del 54° Festival Internazionale del Teatro diretto da Willem Dafoe.
In scena dal 7 al 21 giugno con oltre 200 artisti e 55 appuntamenti, il Festival attraversa tutti i continenti e mette in dialogo culture, lingue e tradizioni diverse sotto il titolo “Alternative”, o meglio “Alter Native”. «Abbiamo scelto questo titolo – spiega Dafoe – pensando ad Alter come cambiamento e Native come propria natura. Oppure Alter come altro e Native come cultura di provenienza». Un invito ad aprirsi a nuovi modi di vedere il mondo che trova in “Cries” una delle sue espressioni più intense.
Prodotto dal Festival di Atene ed Epidauro e presentato in prima italiana alla Biennale, lo spettacolo musicale diretto da Stergioglou intreccia urla, canti e narrazioni in un flusso continuo. Accanto al regista-attore, celebre anche per il cinema – da “Dogtooth” di Yorgos Lanthimos al pluripremiato “The Eternal Return of Antonis Paraskevas” di Elina Psykou – ci saranno il baritono Giorgos Iatrou e l’ensemble del compositore Alexandros Drakos Ktistakis.
Il punto di partenza è la sofferenza umana, quella di tutti coloro che hanno vissuto schiavitù, sradicamento e migrazione nel corso dei secoli. I testi raccolti da Taxiarchis Deligiannis e Vasilis Tsiouvaras attraversano tragedia antica, poesia moderna e tradizione popolare: da Euripide a Brecht, da Anagnostakis a Warsan Shire. Ma non si tratta di una semplice antologia letteraria. «Invitiamo il pubblico – racconta Stergioglou ad Avvenire – a vivere un battito che attraversa i secoli, profondamente umano, dove il rituale incontra la sperimentazione e dove la storia non viene rievocata ma riattivata».
L’idea dello spettacolo nasce quasi per caso, in un jazz club. «Ero con Taxiarchis Deligiannis e Vassilis Tsiouvaras quando ascoltammo un quartetto di Alexandros Drakos Ktistakis. Sentendo quei fiati mi sembrava di distinguere delle urla dentro la musica. In quel momento ho pensato: come può il monologo di Ecuba, che da regina diventa schiava dopo la caduta di Troia, unirsi al canto dei neri americani che dalla schiavitù hanno creato il jazz?».
In scena sei interpreti daranno corpo a questo racconto musicale e poetico della migrazione. «Tutti i testi sono originali e sono stati scelti con estrema cura – spiega il regista – ma vengono recitati e cantati dentro la composizione musicale di Alexandros. L’opera esplora i punti di contatto tra poesia, tragedia antica e musica. Non è un collage, ma un organismo unico».
Al centro c’è inevitabilmente una forte dimensione politica. «Non possiamo cambiare la situazione terribile che domina il mondo in questo momento – osserva Stergioglou – ma possiamo mostrare, attraverso la poesia e la tragedia, quale sia la caduta della guerra. Qual è la condizione del rifugiato, dello schiavo, del padrone. L’arte ha un ruolo politico e culturale. Vorremmo che le persone non capissero soltanto, ma sentissero davvero questa sofferenza».
Parole che nascono anche da una vicenda personale. La famiglia del regista proveniva dall’Asia Minore e trovò rifugio in Grecia durante le persecuzioni contro la popolazione greca, ben prima del 1922. «I miei familiari si fermarono a Didymoteicho, al primo confine che trovarono. È lì che sono nato. Forse questa sensibilità viene dalla mia storia familiare, ma soprattutto dal modo in cui guardo gli esseri umani, dalle storie di migrazione che ho visto. Non riesco a comprendere quello che succede oggi: mettere persone su una barca e lasciarle annegare perché nessuno voglia assumersi la responsabilità».
Per questo “Cries” vuole essere innanzitutto un gesto di vicinanza. «Cantiamo della sofferenza dei rifugiati e dei migranti affinché il pubblico diventi consapevole che queste persone sono uguali a noi». A Venezia il messaggio sarà ancora più forte. «Essere qui significa stare insieme a rifugiati, schiavi e migranti di tutti i secoli. Questa gente non è diversa da noi. Veniamo per dire: ascoltate queste urla, queste sofferenze che arrivano dall’antichità fino ai tempi moderni. Dateci un po’ di amore per vivere insieme, guardate queste persone con occhi umani».
Stergioglou non nasconde la sua inquietudine per il presente. «Viviamo tempi oscuri e folli. Siamo nel mezzo di una guerra mondiale. Guardiamo cosa succede agli immigrati, il modo in cui vengono trattati. Siamo nelle mani di gente come Trump. Purtroppo queste storie non appartengono solo al passato: continuano oggi, ovunque nel mondo». Per questo il gruppo ha cercato canti popolari provenienti da culture diverse, perché il dolore dello sradicamento non conosce confini. «Non sappiamo quando finirà tutto questo, ma crediamo che sia importante per le persone ascoltare queste storie».
Nel cuore dello spettacolo resta il monologo di Ecuba nelle “Troiane”: la regina sconfitta, seduta davanti alla sua città in fiamme, mentre attende di essere portata via come schiava. «Prima era regina, ora non ha più nulla – spiega il regista –. In quel momento racconta il passato e il futuro insieme. È un personaggio che appartiene a ogni epoca». Da qui il legame con il canto afroamericano “Sometimes I Feel Like a Motherless Child”, altra voce di perdita e di esilio.
Per Stergioglou, che arriva per la prima volta in Italia, il teatro continua a essere un luogo di resistenza umana prima ancora che estetica. «La performance, alla fine, parla dell’amore. Non della politica nel senso ideologico, ma della possibilità di vedere l’altro come un essere umano. Questo è il punto in cui cerchiamo di dare il meglio». E il ringraziamento finale va proprio al direttore della Biennale Teatro. «Siamo felici di venire a Venezia e devo ringraziare Willem Dafoe per aver accolto il nostro lavoro».
In un Festival che cerca “alternative” culturali e umane, “Cries” porta dunque il suono più antico del teatro: il grido dell’uomo ferito. Un grido che, da Euripide ai migranti del Mediterraneo, continua a interrogare la coscienza dell’Europa e del mondo.

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