«Quel no al commercio delle armi». Papa Leone sprona anche gli italiani

Un lettore richiama le parole del Pontefice contro il mercato bellico. Ecco perché la riforma della legge 185/90 rischia di ridurre verifiche pubbliche e tracciabilità finanziaria
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May 12, 2026
Caro Avvenire, mentre il governo vuole modificare la legge 185/90 che regola il commercio delle armi, lasciando più libertà alle imprese, il Papa, nel suo richiamo da Pompei, ha detto: «La pace è messa a repentaglio dalle tensioni internazionali e da un’economia che preferisce il commercio delle armi al rispetto della vita umana». È un richiamo per tutti, governanti per primi, a un’economia di pace e di impegno sociale e non di “traffico” delle armi. Rivedere e liberalizzare la legge 185 dimostra disimpegno e poca attenzione ai tanti appelli di Leone XIV, in particolare da quanti si dichiarano cattolici. Speriamo che qualcuno ascolti questo messaggio del Santo Padre.
Elvio Beraldin - Padova
Caro Beraldin, i lettori di Avvenire sono sempre stati puntualmente informati delle vicende relative all’export italiano di armi, recentemente con le firme di Antonio Maria Mira, Luca Liverani e di altri più giovani colleghi. Vale comunque la pena fare il punto per i più distratti, che magari sono, come lei giustamente sottolinea, parlamentari sedicenti difensori dei valori cattolici. E la pace, come ci ricorda costantemente papa Leone, è tra i primi valori da tutelare. Dunque, la legge 185 del 1990 è un importante passo nel tentativo di togliere il commercio delle armi dalla zona grigia degli affari riservati e delle forniture tese ad alimentare senza scrupoli conflitti sanguinosi. Non vieta in assoluto l’esportazione di armamenti, ma stabilisce che, accanto agli interessi industriali, devono pesare criteri politici, umanitari e di rispetto del diritto internazionale. Per trasferire materiali bellici all’estero servono autorizzazioni e controlli statali, coerenza con la politica estera italiana e l’articolo 11 della Costituzione, che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. La legge prevede pertanto divieti di vendita a Paesi impegnati in combattimenti, nazioni sotto embargo, governi responsabili di gravi violazioni e anche destinatari che non diano garanzie sull’utilizzo finale di ciò che viene acquistato.
L’altro elemento chiave della norma – approvata nella X legislatura da un fronte partitico variegato sulla spinta della società civile – è rendere visibile ciò che prima poteva restare nascosto. Ogni anno il governo deve inviare al Parlamento una relazione sulle operazioni autorizzate e svolte. È questo meccanismo di trasparenza che permette alle Camere, ai media, alle associazioni e all’opinione pubblica di seguire almeno in parte il percorso delle armi italiane nel mondo e di fare sentire la propria voce in merito. La relazione include anche dati sugli istituti di credito coinvolti nelle operazioni finanziarie relative all’export. Si è parlato, con espressione forte, di “banche armate”, con lo scopo di fare emergere gli intermediari che consentono il commercio bellico. La riforma proposta dal governo Meloni, già approvata dal Senato e ora al vaglio della Camera, viene presentata come un aggiornamento tecnico. Il disegno di legge reintroduce un comitato interministeriale, incaricato di definire indirizzi e applicare alcuni divieti; modifica tempi e contenuti della relazione annuale al Parlamento; semplifica varie procedure, soprattutto per i trasferimenti intraeuropei e per i programmi della Ue; chiarisce infine che gli obblighi di comunicazione spettano alle banche, ma elimina dalla relazione annuale il capitolo specifico sull’attività degli istituti di credito.
Proprio su questo punto si accentrano le maggiori critiche del mondo associativo pacifista. Per l’esecutivo, si tratta di rendere più efficiente un sistema diventato complesso e non sempre allineato alla normativa europea. Per tante Ong e per le opposizioni, la riforma rischia di stravolgere la legge, riducendo il controllo parlamentare e la possibilità di seguire i flussi finanziari che accompagnano le esportazioni militari. Il rischio, insomma, per chi si oppone al disegno di legge, è che il commercio delle armi torni a essere più rapido e più opaco, con meno vincoli e garanzie di aderenza ai principi costituzionali. Le associazioni, peraltro, non chiedono di lasciare tutto com’è. Propongono di aggiornare la norma rafforzandola con un aggancio all’Arms Trade Treaty del 2014 e garanzie che il nuovo comitato interministeriale non diventi un via libera politico preventivo alle vendite, anzi che sia aperto alle informazioni provenienti da enti non governativi riconosciuti. L’ultimo rapporto alle Camere per l’anno 2025, di cui ha scritto Elisa Campisi sul sito di Avvenire il 9 aprile, ha evidenziato un nuovo record: circa 9,164 miliardi di euro di autorizzazioni all’esportazione, con un aumento del 19% rispetto al 2024. Le transazioni bancarie connesse avrebbero superato i 14 miliardi. Questo dato, inevitabilmente, rende ancora più sensibile la discussione sulla trasparenza che la legge 185/90 dovrebbe continuare a preservare.
Leone XIV non si intromette negli affari interni dei Paesi, ma invita i cittadini a essere attivi. Il 7 aprile, davanti alle minacce del presidente Trump di colpire l’intero popolo iraniano, ha invitato gli elettori americani a farsi sentire con i loro rappresentanti al Congresso per promuovere la pace e non la guerra. Sembra implicito anche nel suo appello da Pompei che le persone di buona volontà si impegnino per evitare che l’Italia imbocchi la strada di un’esportazione meno controllata e meno trasparente di armi nel mondo, qualunque siano i potenziali ritorni economici. Avvenire resterà vigile su questo impegno.

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