Il disprezzo del genere femminile è realtà, non soltanto un racconto
La misoginia, anche in Italia, è ancora tra le principali degenerazioni degli scambi sui social media. C'è una profonda asimmetria fra uomini e donne che ha reso possibile il sistema immorale e spesso anche criminale. Pensiamo al caso Epstein
Caro “Avvenire”, questa narrazione del disprezzo per il genere femminile ha un non so che di stanco. Non c’è bisogno di essere donna per ricevere insulti: se al posto di Marina ci fosse stato Marino, sarebbe stato lo stesso. Dalla notte dei tempi è il ruolo che si sbeffeggia, non il sesso.
Daniele Mosconi
Fondi (LT)
Daniele Mosconi
Fondi (LT)
Caro Mosconi, mi permetta di dissentire dal suo tono liquidatorio sul tema della discriminazione di genere, una delle più rilevanti questioni della storia dell’umanità, che non possiamo sottovalutare nemmeno oggi, nel momento in cui enormi progressi sono stati compiuti. Nello specifico, lei forse si riferisce all’informata e puntuale analisi scritta pochi giorni fa da Antonella Mariani, che ha efficacemente spiegato come la misoginia online sia diventata una vera subcultura globale, la cosiddetta “manosfera”. Queste deprecabili comunità digitali – dagli incel (i cosiddetti celibi non per scelta) agli influencer dell’iper-mascolinità – costruiscono e diffondono una visione radicalmente gerarchica dei rapporti tra i sessi. Si tratta di luoghi di addestramento simbolico: giovani maschi fragili vi trovano identità e risposte semplici, spesso incanalando frustrazione e risentimento in narrazioni misogine. Non è estranea nemmeno una motivazione economica, composta di contenuti virali, corsi, investimenti e piattaforme che monetizzano il disprezzo. Il fenomeno ha ormai effetti visibili anche fuori dalla rete. Si va dalle derive criminali individuali fino alla diffusione di atteggiamenti regressivi tra i giovani. Una quota significativa di ragazzi della Generazione Z (nati dal 1997 al 2012) esprime visioni di controllo e possesso delle partner che pensavamo superate o idee apertamente autoritarie sui ruoli di genere. Il punto critico, suggerisce Mariani, è che la manosfera è entrata nel mainstream digitale, sostenuta da logiche di profitto e, in parte, da un clima politico e culturale che ne amplifica i messaggi. Purtroppo, non c’è niente di “stanco” in questa situazione, quando una recente indagine ha mostrato come la misoginia, anche in Italia, sia ancora tra le principali degenerazioni degli scambi sui social media. A livello generale, mi sembra paradigmatico il caso Epstein, sul quale forse non si è ancora riflettuto abbastanza al di là dei suoi riflessi politici e degli usi strumentali per denigrare i propri avversari ideologici. Il primo elemento da considerare è la dimensione del potere. Il finanziere accusato di pedofilia e sfruttamento femminile non operava in un contesto marginale. Aveva costruito una rete tra le élite economiche, decisionali e culturali. Il corpo femminile, spesso di ragazze minorenni, veniva trattato – per usare un’espressione crudele ma realistica – come “risorsa disponibile”, resa accessibile da denaro, relazioni e protezioni. Per anni segnali, denunce, testimonianze sono rimaste sospese, ignorate o sottovalutate. La soglia di tolleranza risultava più alta allorché si entrava in circoli di prestigio e di potere. Ma il punto rivelatore sta nel racconto. L’attenzione mediatica si concentra ancora sui maschi predatori, i nomi, le connessioni, i dettagli (non senza, a volte, qualche compiacimento o curiosità morbosa). Le vittime restano sullo sfondo. Figure senza volto, quasi intercambiabili. Poco spazio alle loro vite, alla devastazione psicologica, alla durata del trauma. Questo squilibrio narrativo riproduce, sul piano simbolico, la stessa profonda asimmetria fra uomini e donne che ha reso possibile il sistema immorale e spesso anche criminale. Ovviamente, Epstein e la sua rete di relazioni erano lontani dalla volgarità esibita della manosfera. Si ammantavano di interessi filantropici e impegno civile, ma condividevano al fondo la stessa idea di una differenza gerarchica tra i sessi. Insomma, caro Mosconi, anche se penso che instaurare un clima di sospetto perenne sia deleterio, non possiamo in alcun modo sottovalutare le discriminazioni ancora esistenti e ridurre l’impegno per un pieno rispetto della dignità e dell’autonomia di ciascun individuo. Mi sovviene che qualche critico dell’enfasi su movimenti come quello del #meToo ricorre di sovente all’espressione “caccia alle streghe”. Che può essere pertinente nel senso generale di una persecuzione frutto di pregiudizi, ma è eloquente del fatto che in passato le vittime paradigmatiche di tale mentalità fossero in prevalenza proprio le donne, equiparate a creature del male. Non dobbiamo dimenticarlo.
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