«La fame nel mondo si vince così». Bel progetto, pensiamoci

Una lettrice rileva che nel mondo ci sono 1,4 miliardi di cattolici, e che se il 3% donasse 1 euro al mese, copriremmo ogni bambino che oggi rischia di morire d’inedia. Gli ostacoli? Ci sono, ma non devono farci desistere dal provare
April 10, 2026
Caro Avvenire, ogni giorno siamo invitati a pregare per la pace, perché è un processo geopolitico complesso che sfugge al nostro controllo. C’è però una tragedia silenziosa che possiamo fermare con le nostre mani: la morte per fame e malnutrizione di 3-5 milioni di persone ogni anno (fino a 7 milioni, secondo diverse stime), di cui circa 2,5 milioni di bambini sotto i cinque anni. I numeri sono disarmanti: salvare un bambino dalla malnutrizione costa in media 200 euro l’anno; un adulto poco di più. Nel mondo ci sono 1,4 miliardi di cattolici. Se il 3% donasse 1 euro al mese, copriremmo, in teoria, ogni bambino che oggi rischia di morire d’inedia. Con poco più del 10%, anche gli adulti. Mi chiedo: allora perché non lo facciamo? Non mancano la generosità o le risorse, ma una coordinazione adeguata. La Chiesa cattolica ha una rete capillare e logistica che raggiunge ogni angolo del pianeta. Immaginiamo cosa accadrebbe se la Santa Sede lanciasse una campagna mondiale “Azzeriamo la fame” con QR code universale o SMS solidale da 1 o 2 euro. Un semplice gesto per sradicare una delle più grandi piaghe moderne: la morte per fame. La pace tra i potenti è difficile da ottenere, ma salvare un bambino dalla malnutrizione non è un’utopia. Che cosa stiamo aspettando?
Valentina Donà - Bolzano
Cara dottoressa Donà, nel Vangelo, Gesù insegna che l’amore per il prossimo deve essere autentico e sincero, pronto al sacrificio di sé a favore degli altri, al di là delle sue manifestazioni e della sua dimensione materiale. La donna che dona un soldo nel Tempio ha merito maggiore dei ricchi apparentemente generosi. «Questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere” (Lc 21, 1-4). Se il nostro atteggiamento fosse questo, la fame e l’indigenza non sarebbero tragici fenomeni endemici e strutturali. Certo, carestie o disastri naturali mettono spesso in ginocchio una popolazione, ma gli aiuti internazionali hanno oggi la possibilità, in moltissimi casi, di intervenire in modo abbastanza tempestivo ed efficace.
Detto questo, la sua proposta non solo è plausibile, ma dovrebbe anche agitare le nostre coscienze sia come esseri umani sia come cristiani. Quanto spesso dimentichiamo le mille povertà che rendono difficili le vite di tante persone, vicine e lontane. La Chiesa non dimentica mai i poveri e papa Francesco ci ha dato un luminoso esempio di che cosa voglia dire stare accanto a loro. Se abbiamo il giusto orientamento del cuore, anche l’efficienza e gli aspetti organizzativi assumono un’importanza cruciale e possono diventare il volano per ridurre significativamente la tragedia delle morti per inedia. Nella sua proposta, che personalmente sposo con entusiasmo anche se non posso impegnare Avvenire, vedo due punti di forza e una possibile sottovalutazione. I primi sono, nell’ordine, l’impatto enorme che potrebbe avere una mobilitazione minima coordinata e l’effetto motivazionale di una simile idea. Molte persone inviano denaro per diverse cause, non ultima certo la lotta alla malnutrizione. Organismi Onu come la Fao, l’Ifad, il World Food Programme e l’Unicef sono impegnati su questo fronte senza però una piena integrazione operativa. Raccordare tutti gli sforzi potrebbe risultare decisivo, e la Chiesa cattolica ha l’autorità morale per mettersi alla testa di un’iniziativa del genere. Inoltre, rendere chiaro che l’obiettivo di ridurre drasticamente – quasi azzerare – le vittime della mancanza di cibo è un obiettivo realistico, con un’azione tutto sommato limitata, avrebbe una rilevante capacità di mobilitazione. Molti tendono a pensare che il loro contributo, piccolo o grande, non farà la differenza. Essere invece in quel 3 o 10% cui lei ci richiama, cara dottoressa Donà, diventa fondamentale.
Tuttavia, non si può ignorare che gli scopi degni delle nostre donazioni sono tanti – dalla ricerca medica al sostegno delle persone disabili; dall’aiuto alle vittime di violenza agli interventi per la tutela dell’ambiente, solo per citarne alcuni – e che la generosità per una finalità “generale” come la fame nel mondo (per tanti un’esperienza poco “visibile”) fa fatica a conquistare adesioni. Non è quindi banale raccogliere le somme citate, che potrebbero peraltro lievitare per le difficoltà di reperire e consegnare su larga scala i prodotti necessari. E anche una volta ottenuti i finanziamenti, restano comunque altri ostacoli: guerre, epidemie, governi autoritari che impediscono l’accesso, cambiamenti climatici, inefficienze che non scompaiono improvvisamente... Ma ciò non deve farci desistere dal provare. Mi permetto quindi di invitare economisti sensibili, operatori del Terzo settore e dell’intervento umanitario, donne e uomini della Chiesa italiana a contribuire a questo dibattito per orientarlo, laddove possibile, verso uno sbocco operativo. L’esempio della vedova evangelica non deve lasciarci indifferenti o, peggio, tranquilli nella nostra presunzione di avere già fatto abbastanza.

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