La democrazia è sotto attacco? Sì: un'alleanza la contrasta

Un report dell'organizzazione non governativa statunitense Action for Democracy descrive la crescente cooperazione tra regimi autoritari in funzione anti-liberale, ma va letto senza semplificazioni e forzature.
March 20, 2026
Caro direttore, c’è un momento in cui una democrazia non smette di esistere, ma inizia lentamente a smarrire se stessa. Accade quando il dissenso viene trattato come debolezza e l’obbedienza come unica forma di lealtà. Accade quando la verità diventa incerta, mutevole, e si piega alle esigenze del potere. In questi giorni di guerra, mentre si proclamano vittorie, il conflitto si allarga e il mondo appare sempre più fragile. La storia insegna che le democrazie non crollano all’improvviso. Si svuotano, poco alla volta.
Luca Salvi - Verona
Caro Salvi, la sua riflessione sullo stato di salute non ottimale delle democrazie mi pare condivisibile. Ma, direbbe chi non la condivide, rischia di essere generica e poco circostanziata. Le propongo la sintesi di una ricerca appena apparsa che ho trovato molto interessante (pur con alcuni limiti di cui dirò) sull’azione dei “nemici esterni della democrazia”. L’organizzazione non governativa statunitense Action for Democracy ha reso pubblico un corposo dossier, accompagnato da un database online, che mira a mappare le forme di collaborazione tra regimi autoritari a livello globale. Il progetto, denominato Authoritarian Collaboration Index, si presenta come uno strumento di monitoraggio in tempo quasi reale delle interazioni tra governi e attori politici considerati “non liberi” o “parzialmente liberi” con l’obiettivo di rafforzarsi a vicenda e di influire sulle democrazie. Secondo i promotori, l’analisi si basa su un ampio corpus di dati – oltre 72.000 eventi ricavati da fonti aperte in più lingue – e individua una crescente strutturazione delle relazioni tra soggetti critici, in vario modo, dei sistemi liberali. In particolare, il rapporto sostiene che Cina e Russia occupino una posizione centrale in una rete di cooperazione che coinvolgerebbe anche Iran e altre potenze regionali, con forme di interazione che spaziano dal piano diplomatico e finanziario fino alla condivisione di tecnologie e pratiche di controllo interno.
Non si può qui dimenticare che in una ormai famosa intervista al Financial Times del giugno 2019, Vladimir Putin sostenne che il liberalismo occidentale fosse ormai «obsoleto», criticando in particolare l’apertura all’immigrazione, l’estensione dei diritti individuali e la distanza delle élite dal popolo. Il messaggio implicito era che il modello democratico euro-americano non risulti più valido universalmente e possa essere affiancato da sistemi alternativi. Più recentemente, nel settembre dell’anno scorso, Xi Jinping, lo stesso Putin e Kim Jong-un sono apparsi insieme alla parata militare di Pechino per gli 80 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, in un contesto altamente simbolico interpretato da molti come un asse autoritario alternativo all’Occidente.
L’indice di Action for Democracy distingue alcune tipologie di collaborazione, tra cui il coordinamento narrativo, la diffusione di modelli normativi, la cooperazione militare e tecnologica e, in alcuni casi, pratiche di repressione oltre confine. Una delle tesi principali è che tali dinamiche non siano più episodiche, ma tendano a consolidarsi in una “infrastruttura” transnazionale, capace di ridurre i costi della cooperazione tra regimi e di favorire la circolazione di strumenti e strategie. Tra gli esempi citati, il rapporto indica anche iniziative di formazione e scambio di pratiche repressive, sostenendo che funzionari di diversi Paesi avrebbero partecipato a programmi e visite di studio nello Xinjiang, in Cina, per osservare da vicino modalità di sorveglianza, controllo sociale e politiche di “rieducazione” rivolte alla minoranza islamica uigura, presentati come modelli di riferimento per la sicurezza e la gestione dell’ordine pubblico.
Il rapporto di Action for Democracy evidenzia inoltre la presenza di legami, diretti o indiretti, anche con movimenti attivi in contesti democratici, un aspetto che gli autori considerano indicativo di una progressiva estensione della rete anche in Europa. Qui viene la parte più debole e criticabile del rapporto, perché si mettono sullo stesso piano entità certamente non democratiche e partiti politici (compresi Fratelli d’Italia, Lega, lo spagnolo Vox e il francese Rassemblement national) che si possono ritenere venati in varia misura di populismo e sovranismo ma che si muovono senza alcun dubbio nel pieno rispetto delle regole democratiche. Questo, caro Salvi, ci ricorda che la realtà è fatta di molte sfumature e che, quindi, dobbiamo darne un quadro completo e sfaccettato, senza cedere a semplificazioni in una direzione o nell’altra. La democrazia va difesa con decisione mobilitando tutte le forze disponibili ed evitando infatuazioni – queste sì presenti in Italia all’interno di tutto lo spettro culturale – verso quei Paesi che sono alla testa del sempre più attivo movimento antidemocratico.

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