Il Web una discarica? Non sempre
Un lettore fa riferimento alla parola “enshittification” per indicare il degrado in rete. Ma non tutto è da buttare: salviamo testa e cuore
Caro Avvenire, gli esperti utilizzano l’espressione “enshittification” per indicare il degrado del Web, che è ormai inondato di contenuti di pessima qualità. Purtroppo, il dibattito non è affatto nuovo, perché si discute di ciò da circa trent’anni, ma è diventato un’emergenza da quando l’intelligenza artificiale ha iniziato a produrre contenuti in quantità superiori a quelli umani, in maniera totalmente incontrollata e inarrestabile. Forse il problema non è così evidente, tuttavia è sufficiente riflettere sul fatto che la maggioranza delle nostre conoscenze sono state trasferite sul web, per capirne la portata. Fra qualche anno rischiamo seriamente di ritrovarci con una Rete stracolma di sciocchezze e fake news totalmente inutilizzabile per accedere a informazioni corrette e precise.
Cristiano Martorella
Cristiano Martorella
Caro Martorella, chiudiamo il 2025 con un tema che diventerà ancora più decisivo negli anni a venire. Il termine inglese che lei usa, “enshittification”, dovrebbe essere tradotto con un’espressione piuttosto volgare di tenore scatologico. È stato introdotto formalmente dal blogger canadese Cory Doctorow nel 2022 per definire il peggioramento progressivo dei servizi offerti dalle piattaforme online. Sembrerebbe quasi una “legge storico-tecnica” dello strumento social media, così descritta originariamente: «Prima le piattaforme sono buone con i loro utenti, poi abusano di loro per migliorare il rapporto con i clienti aziendali e quindi abusano di questi ultimi per riprendersi tutto il valore. Infine, muoiono». Non è detto che accada sempre così, né che non si possano creare spazi digitali virtuosi, obiettivo che dovremmo forse porci per il 2026. Certamente, sul sito di Avvenire si troveranno sempre contenuti onesti (ovvero buoni e attendibili per quanto possibile): questo è l’impegno che ci prendiamo con i lettori. Per il resto, c’è davvero molto da fare. Ma bisogna anche evitare un eccesso di pessimismo.
Vediamo alcuni punti in forma necessariamente sintetica. Cattiva informazione e scambi tossici non hanno avuto necessità dell’intelligenza artificiale per invadere la Rete e creare seri problemi politici, sociali e psicologici a livello globale. Si aggraveranno nel momento in cui disponiamo di chatbot “oracolari”? Questa è una domanda cruciale, cui non si sta ancora ponendo la giusta attenzione. I principali LLM sul mercato – da ChatGPT a Gemini fino a Claude, per citare i più noti – e motori di ricerca con IA come Perplexity possono essere ausili affidabili e veicolare le migliori conoscenze dell’umanità (che sono sul Web a fianco delle fake news), posto che vengano efficacemente interrogati. Ma la proliferazione di altre piattaforme simili, a partire da Grok di Elon Musk, indica che potremo avere diffusori sistematici di distorsioni ideologiche quando non di vere falsità propagandistiche, soprattutto a opera di Stati autoritari.
Per questo, dovremo salvaguardare forme e luoghi di istruzione ed educazione che siano immuni dai difetti della Rete (pur avendone altri). Ecco, quindi, il ruolo ancora più fondamentale della scuola e dell’università per tenere vivi il pensiero critico e le capacità di navigare con raziocinio e accortezza nel mare magnum dell’offerta digitale. Non saranno, però, i libri o i supporti cartacei di per sé a salvarci. La storia ci insegna che anche in assenza di tecnologie avanzate, gli esseri umani sono riusciti a creare inganni, manipolazioni di massa, dittature e odi diffusi verso altri popoli. Mi viene sempre da chiosare il titolo di un noto libro di Nicholas Carr: Internet ci rende stupidi? Forse, se stupidi già non lo siamo. Mantenerci “intelligenti” rimane allora il nostro obiettivo quotidiano, caro Martorella. Senza dimenticare l’altra dimensione di cui siamo fatti, oltre quella cognitiva. Dobbiamo conservare un cuore sensibile e aperto, capace di vibrare per il nostro prossimo. Consideriamo perciò come il vivere molto tempo nella dimensione digitale e il ricorrere spesso all’intelligenza artificiale possano indurre una perdita di competenze emotive. Si tratta di un analfabetismo di ritorno che colpisce la nostra capacità di metterci in sintonia con gli estranei e ci impedisce di comprendere che siamo uguali e dotati della stessa dignità perché tutti fratelli, figli di un unico Padre. Un buon proposito per l’anno che comincia è proprio esercitarsi nel pensiero critico (che significa giudizi solidi e motivati, non attaccare chi la pensa diversamente) e nell’attenzione ai bisogni altrui. Magari con l’aiuto di qualche strumento digitale per tenere nota dei nostri progressi, in modo da esercitarci pure nell’uso utile e moderato di un “mondo” che dobbiamo imparare a gestire bene e non solo demonizzare.
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