Cinque testi che ci illuminano. Per un 2026 di pace

Il richiamo a documenti di lunga prospettiva che per i cristiani e tutte le persone di buona volontà sono un perfetto viatico a un nuovo anno di impegno a ogni livello
January 2, 2026
Caro Avvenire, quante cose importanti e interessanti da leggere in questo periodo per nostra in-form-azione (informazione, formazione, azione) sul tema fondamentale della pace, della giustizia e della cura della casa comune. In primo luogo, il messaggio di papa Leone XIV per la LIX Giornata mondiale, «La pace sia con tutti voi. Verso una pace disarmata e disarmante». In secondo luogo, l’Esortazione apostolica di papa Leone Dilexi te sull’amore cristiano e le sue implicazioni verso i più poveri. In terzo luogo, la lunga e argomentata Nota della Conferenza episcopale italiana su «Educare a una pace disarmata e disarmante». Un testo bellissimo, innovatore e dirompente, già silenziato da molti. In quarto luogo, il Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese in Italia, intitolato «Lievito di pace e di speranza» (in particolare i numeri 24-25), approvato nell’ottobre scorso. In quinto luogo, la nuova Carta ecumenica europea del 2025, che aggiorna quella del 2001, e che contiene più di sessanta proposte operative da «lavorare» assieme come credenti di varie confessioni e tradizioni.
Sergio Paronetto
Caro Paronetto, grazie per il suo richiamo quanto mai opportuno a cinque testi di lunga prospettiva che per i cristiani e tutte le persone di buona volontà sono un perfetto viatico a un nuovo anno di impegno per la pace a ogni livello. Non sono documenti nuovi per i lettori di Avvenire, ma è utile tenerli ben presenti davanti a noi nel 2026 che è iniziato, purtroppo, con ancora tanti tragici boati di guerra frammisti ai bagliori festivi dei fuochi d’artificio. Dobbiamo forse riflettere su questo. Sulla capacità e sull’impegno a non abituarci al male che si consuma al nostro fianco, a contrastare l’indifferenza che anestetizza le coscienze di fronte al dolore altrui, all’individualismo che ci fa premiare l’interesse personale sul bene della comunità. La nota della Cei circa l’educazione alla pace sottolinea come sia questo un processo variegato e complesso che deve coinvolgerci a partire dai diversi ambiti del nostro agire quotidiano. Non è solo biasimando i leader aggressivi o marciando in solidarietà ai popoli feriti che si promuove la convivenza.
Dire che la pace si costruisce dal basso può risultare un banale luogo comune, se non comprendiamo fino in fondo ciò che implica tale percorso e il modo concreto di realizzarlo giorno per giorno nella nostra vita. Quanti sguardi bassi che non incrociano il nostro prossimo ed evitano lo scomodo interrogarsi su di lui e su quello che noi dovremmo fare (a cominciare dal saluto e da un po’ di gentilezza). Quanta dimenticanza e ingratitudine rispetto a tutto quello che altri hanno apparecchiato per noi e che ci permette di condurre le nostre giornate in modo spesso comodo e confortevole. Quanta aggressività verbale (e a volte fisica) caratterizza la nostra società “onlife”, ovvero quella, come dice Luciano Floridi, che ormai non ha più un confine netto tra esistenza nel mondo reale e in quello digitale. E quanta poca attenzione al tanto bene che invece continua a manifestarsi ovunque e che tante volte, proprio a motivo della sua celebrazione solo formale e stucchevole nei media, non diventa esempio e spinta per chi non vuole o non riesce a praticarlo a sufficienza.
Insomma, caro Paronetto, sappiamo bene noi adulti che a ogni Capodanno si fanno tanti buoni propositi e che molti di essi vengono ben presto dimenticati o vanificati da eventi imprevisti. Eppure, questa consapevolezza non deve mai diventare rassegnazione o, peggio, cinismo. Guardiamo al 2026 con la luce che i testi da lei riepilogati possono gettare sul nostro cammino. E facciamoci un augurio fiducioso di ribaltare il 2025, “anno della guerra”, come l’ha definito in un suo amaro commento del 31 dicembre Lucia Capuzzi, per fare dei prossimi dodici mesi un periodo in cui ricostruire la pace dei cuori insieme a quella sui campi di battaglia. «Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra». La profezia di Isaia (2,4) rimane, secondo me, una delle più alte e commoventi aspirazioni che l’umanità ha saputo darsi nel fragore di mille conflitti. Profezia sempre incompiuta ma perenne obiettivo che merita ogni nostro sforzo. Buon Anno.

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