Casa e scuola riempiono le piazze. Ma i cambiamenti hanno altre vie

Siamo ormai abituati alle piazze virtuali più che a quelle fisiche. Così, scendere in strada è diventato agli occhi di molti un’attività quasi illegale e sempre a rischio di degenerazione
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October 9, 2026
Casa e scuola riempiono le piazze. Ma i cambiamenti hanno altre vie
Caro Avvenire,
non credo che la protesta studentesca in Francia e quella popolare in Spagna debbano essere sottovalutate. Era maggio 1968 e passando in auto davanti la Sorbona a Parigi vidi una gran quantità di studenti che protestava. In albergo alla sera dissero che erano ragazzate di studenti che non avevano voglia di studiare. Invece quella ragazzata ha sconvolto il mondo e le abitudini. Ora quest’altra ragazzata capita in un periodo in cui non si fa che parlare di guerra, armamenti e coscrizioni, con un presidente francese che traballa, e non solo lui… Vedremo come andrà a finire.
Giulio Rossi Valdisole
Caro Rossi Valdisole,
“Ce n’est qu’un début”, è solo l’inizio, era uno degli slogan più famosi del Maggio parigino nel 1968. Lo si applica spesso con troppa facilità ai più diversi movimenti di protesta, che in maggioranza non danno seguito alla seconda parte di quel grido di sfida, “continuons le combat”, ovvero proseguiamo la lotta. Anche nel caso degli studenti francesi oggi in sciopero e degli “indignati” spagnoli in piazza a difendere il diritto alla casa non immagino che assisteremo a una mobilitazione di lungo periodo. Ci sono ragioni culturali, sociali e politiche che, retrospettivamente, hanno reso il Sessantotto uno spartiacque del XX secolo. Soprattutto, ci piacciano o meno i suoi esiti, esso fu il culmine di un processo di lungo termine già avviato e il catalizzatore di ulteriori cambiamenti di mentalità e costume che ci hanno accompagnato per molti anni. Non vedo nessuno di questi elementi nelle proteste di questi giorni in Paesi europei a noi vicini.
I manifestanti sono visibili e rumorosi più della cosiddetta maggioranza silenziosa, ora come allora. Tuttavia, non è in discussione un intero “sistema” di relazioni e di potere come accadde quasi sessant’anni fa. I liceali chiedono scuole meno fatiscenti e migliori condizioni di studio: otterranno forse qualche concessione e torneranno in aula senza avere innescato una revisione degli squilibri e delle gerarchie nell’ambito dell’istruzione. Le elezioni presidenziali, che potrebbero, quelle sì, imprimere un nuovo corso in Francia, si giocheranno sul tema identitario-migratorio, l’Unione europea e, ovviamente, l’economia in frenata. In Spagna, la piazza di sinistra si trova davanti a elezioni anticipate per le quali i sondaggi danno il centrodestra in largo vantaggio, una potenziale coalizione popolari-Vox che punta soprattutto a incrementare l’offerta abitativa, anziché su misure redistributive e di tutela degli inquilini meno abbienti.
Questa considerazione realista non significa sottovalutare il rilievo delle rivendicazioni in gioco. Su “Avvenire”, Alessandro Rosina e Luca Mazza hanno ben spiegato i problemi reali che reclamano attenzione, e anche l’Italia si trova a dover affrontare. Perché, allora, nelle nostre società sembrano non funzionare più i movimenti di protesta dal basso per produrre risultati significativi o indurre trasformazioni durature? Innanzitutto, mi pare, perché gli interessi sono frammentati tra ceti e gruppi sociali diversi, che faticano a costituire un fronte comune. Studenti, operai, contadini, piccola borghesia, lavoratori intellettuali hanno bisogni e obiettivi diversi e si dividono al loro interno sulle grandi questioni che agitano lo spazio pubblico: presenza di cittadini stranieri, sicurezza, diritti civili, cambiamento climatico, nazionalismo-europeismo… E poi siamo ormai abituati alle piazze virtuali più che a quelle fisiche. Scendere in strada è diventato agli occhi di molti un’attività quasi illegale e sempre a rischio di degenerazione. Una profezia che non di rado si autoavvera, come dimostrano i disordini e i danneggiamenti che hanno caratterizzato la mobilitazione in Francia.
E poi c’è la sensazione che non si otterrà granché. Ricordiamo i raduni davvero oceanici contro la guerra in Iraq nel 2003? Ebbene, abbiamo assistito nelle scorse settimane, dopo oltre vent’anni dall’invasione, al mesto ritiro delle ultime truppe occidentali, alla luce di un controverso risultato militare e politico e di un enorme numero di vite perdute. E la mobilitazione propalestinese, al netto di deprecabili episodi di antisemitismo e di qualche disordine, è servita per indurre i leader europei e americani a fare pressioni su Israele perché moderasse la sua reazione? Molto poco, in apparenza. Insomma, caro Rossi Valdisole, risultano efficaci le proteste di quelle categorie che hanno un “potere di ricatto” (sia detto nel senso tecnico) sul funzionamento ordinato della nostra quotidianità. Molto meno quelle di altro segno. Non è una sentenza definitiva. Saranno magari i radicali cambiamenti di governo e di orientamento ideologico attesi o temuti dalle urne di diversi Paesi europei nei prossimi 12 mesi a suscitare nuove e più compatte mobilitazioni. Ma pure di questo è lecito dubitare.
In Germania, nel 2024, quando vennero diffuse notizie su piani di remigrazione proposti da ambienti vicini all’AfD, il partito di estrema destra ora ben noto, si videro spontanee e ampie manifestazioni di piazza per esprimere un no preventivo a misure ritenute contrarie alla dignità della persona cui si ispira la Costituzione tedesca. Oggi l’AfD ha buone chance di governare il Land della Sassonia-Anhalt ed è risultata la forza più votata nel Meclemburgo, reclamando una primazia anche a livello nazionale senza che quasi più si notino bandiere e striscioni sfilare per opporsi. Ovvio, piccole minoranze non rinunceranno mai a fare sentire la loro voce. Tuttavia, i grandi mutamenti passeranno probabilmente da altre dinamiche. Se così avverrà, dovremo prenderne atto. Sarà comunque un impoverimento della nostra convivenza e un rischio per la vitalità delle democrazie. Anche il realista Machiavelli riconosceva che la libertà della Repubblica trova una delle sue condizioni nel conflitto aperto tra i gruppi sociali.

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