Ode al più grande "Poeta del gol" Pier Paolo Pasolini
Cinquant'anni fa veniva assassinato anche il primo intellettuale che trattò il calcio come una forma d'arte

Tutti parlano di Pier Paolo Pasolini. Tutti hanno un aneddoto personale, un incontro casuale, una serata particolare da raccontare ai nipoti. Tanti, in questi cinquantāanni da senzaPasolini (ucciso barbaramente allāIdroscalo di Ostia il 2 novembre 1975), hanno cercato la risposta a qualcuno dei suoi āIo soā, ma nessuno ĆØ riuscito ancora a sapere i nomi dei suoi veri assassini, che forse sono talmente tanti che non li sapremo mai. Ciò che sappiamo con certezza ĆØ che ha amato la poesia, il cinema, la letteratura e le arti tutte come amava giocare a calcio. E allora, a futura memoria dei millennials che non hanno mai letto una sola pagina delle profezie illuminanti di Pier Paolo Pasolini (da ora nel testo solo PPP) ricordiamo il più grande Poeta Civile del ā900 prestato al calcio. Al Trullo il sole come dieci anni fa. Ā« āFermete, a PĆ . dĆ du carci coā nnoi!āĀ». Era questo il richiamo dei ragazzi di vita, quando invitavano PPP a unirsi a loro in quelle partite improvvisate sui campi polverosi delle borgate romane. Era il calcio che amava di più, quello liberamente ispirato: al ādoppio passoā del suo idolo di gioventù, il campione del mondo (nel 1938) Amedeo Biavati, e al dribbling, essenza dell'ancestrale Ā«calcio di poesiaĀ», praticato dai brasiliani. Nel gioco del pallone, Pasolini fin da bambino trovò un linguaggio, una forma espressiva assolutamente complementare alla letteratura. Tant'ĆØ che per lui i calciatori sono essenzialmente Ā«22 podemiĀ» (proprio come i fonemi) in campo, e le loro combinazioni formano le Ā«parole calcisticheĀ». Questa la teoretica dell'unico vero "poeta del gol" che amava andare allo stadio, ma prima di tutto giocare. Ā«Mille. Duemila? Cinquemila? Quante partite avrĆ giocato Pasolini?Ā», si chiede Valerio Piccioni nel suo imprescindibile Quando giocava Pasolini. Calci, corse e parole di un poeta (Limina). Le prime partitelle oratoriali le disputò a Bologna, poi come l'amore diverso e la āmadre linguaā dei suoi primi componimenti, anche l'agonismo lo scoprƬ in Friuli. nei dilettanti della Gil Casarsa che, l'estate del 1941, visse il suo momento di gloria. Il laureando in Lettere (l'allievo di Roberto Longhi) di stanza a Bologna, tornava a ācasaā nei fine settimana per diventare il pelide Stukas dei bianconeri. Ā«Domenica; prima partita contro l'Azzano VenetoĀ», scrive con un entusiasmo adolescenziale all'amico e poeta reggiano Luciano Serra, aggiornandolo qualche giorno dopo: Ā«Ho giocato con discreta abilitĆ , ala sinistra. Perso 4-1. Domani, domenica, partita con CaminoĀ». Quella seconda partita la Gil Casarsa la vinse 4-1 e Pasolini si segnalava come ottima spalla del bomber Manlito Bertolin, il quale coronerĆ il sogno giovanile del suo compagno di squadra Pier Paolo: diventare un giocatore professionista. Bertolin infatti militerĆ in C e B (Mestrina, Venezia e Messina).
Quella del '41 rimarrĆ l'unica vera stagione agonistica di PPP, poi la guerra interromperĆ anche la poesia degli allenamenti nello spiazzo davanti alla chiesa di Casarsa, e scese la nebbia sulle domeniche in cui lo spogliatoio era una stanza dell'albergo Leon d'Oro, dove alla sera i ragazzi della Gil andavano a festeggiare, anche se avevano perso. Pasolini in campo, pareva placare la sua rabbia civile, riuscendo a trovare nei febbrili 90 minuti una lieve serenitĆ . Ā«Dopo le partite, si ammusoniva di nuovo. Era come se all'improvviso cadesse un velo su tutto...Ā», ricordava l'amico e attore Franco Citti. E forse anche nel tentativo di prolungare quello stato di benessere spirituale, ancor prima che fisico (Ā«una partita di calcio per me ĆØ come un mese di vacanzaĀ», amava ripetere) che nel 1965 ideò la Nazionale dello spettacolo. Un'autentica selezione azzurra, composta da attori, cantanti e artisti di vario genere (da Gianni Morandi a Enrico Montesano) che fece il suo debutto nell'anno mondiale 1966. Tra i primi convocati da ācapitanā Pasolini, ovviamente i suoi attori e compagni di strada, come lāex ragazzo di vita, il "pischello" di Borghetto Prenestino, Ninetto Davoli. Ā«Ho fatto nove film con lui e mentre si girava, ad ogni pausa, Pier Paolo spegneva la cinepresa e accendeva una partitella ā racconta Davoli -. Era capace di rinunciare anche a una conferenza importante, a una trasmissione televisiva, se solo sapeva che c'era la possibilitĆ di andare a giocare con la nostra NazionaleĀ». Quella compagnia di giro del pallone, attraversò l'Italia in lungo e in largo, allo scopo di divertire in primis il suo pigmalione affamato di calcio che, narcisisticamente, alternava la maglia numero ā11ā, come quella del miglior Ā«poeta realista, Gigi RivaĀ», alla ā7ā di Ā«Mariolino Corso giocatore di gran classeĀ» e il ā10ā de fantasista Gianni Rivera. Epigoni letterari della sua passione per gli eroi della domenica, ma quel giorno consacrato a quella che aveva definito Ā«l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempoĀ», il suo cuore di fedelissimo batteva solo per il Bologna. Dopo Biavati, aveva eletto a massimo narratore rossoblù Giacomo Bulgarelli. Ā«Dovevate vederlo, quando Pier Paolo incontrò da vicino Bulgarelli, sembrava avesse visto Gesù», ricordava divertito il regista e sodale Sergio Citti riferendosi all'episodio dei Comizi d'amore, il film documentario (del1963), in cui Pasolini, tra Moravia, la Fallaci e Ungaretti, trovò il modo di rendere protagonista il mondo del calcio e il Bologna di Bulgarelli. L'onorevole Giacomino, a differenza dei suoi colleghi, non andava a fare le sabbiature estive a Grado e, quindi, non prese parte a quei match da stessa spiaggia stesso mare, in cui Raf Vallone, Bobby Solo e Pasolini da una parte, sfidavano Reja, Sormani e il Ā«fortissimo CapelloĀ». Il giudizio tecnico sullo "Stukas" ĆØ affidato a due mister che l'hanno conosciuto e allenato, il āProfetaā Giovanni Galeone e ācore de Romaā Giacomo Losi, concordi sul fatto che Ā«Pasolini era bravo e veloce. Molto stimato dai compagni, possedeva un'aurea carismatica quando giocavaĀ». Il calcio era per lui anche un modo per dare a chi ne aveva più bisogno. Ā«La soddisfazione più grande di Pier Paolo - sostiene Davoli - era proprio quella che divertendoci potevamo aiutare gli altri. Le nostre erano tutte partite di beneficenzaĀ».
Tornava ragazzino Pasolini ogni qual volta allacciava gli scarpini e, con piglio sicuro, da capitano con la fascia al braccio, scendeva sui campi spelacchiati delle periferie italiane. Ma nascondeva a fatica l'emozione quando nel '73, si ritrovò a giostrare nell'immensitĆ partenopea del San Paolo. Eppure all'indomani āIl Mattinoā titolava: Ā«Pasolini regista in campo, Comaschi (ex terzino del Napoli) torna leoneĀ». Nell'ultima tragica stagione della sua vita, mise in scena il āderby del cinemaā. Il 16 marzo 1975, sul terreno della Cittadella di Parma, a due passi dallo stadio Tardini si trovarono contro le estemporanee compagini di āNovecentoā e "Centoventi", ovvero le rispettive formazioni della troupe di Bernardo Bertolucci, che nella cittĆ ducale stava girando l'epico Novecento, e quella di Pasolini che, nella villa di Pontemerlano di Roncoferraro, ultimava il suo scabroso atto finale, Salò e le centoventi giornate di Sodoma. Il pretesto era festeggiare il 34° compleanno di Bertolucci, ma si parlò anche di una vera e propria āamichevoleā di riconciliazione, dopo certe critiche di Pasolini che avrebbero incrinato l'amicizia tra i due. Ā«Tutte storie fasulle, come ogni volta che si parla di Pier Paolo - puntualizza Davoli - . Con Bernardo non aveva litigato per niente, Pier Paolo aveva semplicemente detto che preferiva il Bertolucci di Comare Secca, piuttosto che quello di Ultimo tango a Parigi, tutto lƬ. E non ĆØ vero neanche che Pasolini si arrabbiò perchĆ© avevamo perso quella partita contro āNovecentoā (i bertolucciani giocarono in tenuta viola e calzettoni psichedelici a confondere gli avversari disegnati dalla costumista del film, Gitte Magrini) che comunque c'aveva fatto lo scherzetto: Bertolucci che non giocò, era l'allenatore aveva schierato quattro giocatori veri del Parma... Pier Paolo quando giocava era sempre concentrato e tirato fisicamente, molto mejo di noi più giovani, ma non l'ho mai sentito alzare una sola volta la voceĀ».
Il canto del cigno in campo del poeta della scomparsa delle lucciole e degli scritti corsari avvenne a Trapani, il 4 maggio 1975, in quella che Salvatore Mugno ha ritratto in L'ultima partita di Pasolini (Stampa Alternativa). A Trapani, Ninetto c'era: Ā«Giocai la mia solita partita da ācanazzoā difensivo, maglia n.3Ā» e con Bruno Filippini, Don Backy e l'ex centravanti della Roma, Pedro Manfredini, detto "Piedone", Pasolini conquistò la sua ultima vittoria. La foto in bianco e nero, in piedi e accosciati di quella formazione lo mostra anche con il suo sorriso finale. Assassinato nella notte tra l'1 e il 2 novembre di cinquantāanni fa, il cadavere di PPP venne ritrovato di domenica, il giorno dedicato al dio pallone. Due giorni dopo, l'aspettavano ancora in Sicilia, alla Favorita di Palermo, per vederlo sfrecciare sulla fascia con la maglia ā11ā. Ā«Quella maglia - ricorda commosso Ninetto Davoli - l'ho messa nella bara, a Pier Paolo gli avrebbe fatto piacereĀ». il termine giusto, perchĆ© prima di andarsene in un'intervista concessa a Enzo Biagi, Pasolini confessò: Ā«Dopo la letteratura e l'eros, per me il football ĆØ uno dei grandi piaceriĀ».
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