Suor Pompea, le migranti e la biodanza che salva
giovedì 22 settembre 2022
Bisogna vederla, quando balla, lei consacrata, con le "sue" ragazze: i corpi cercano di liberarsi dal male, dal dolore, dall'odio, dalle emozioni tossiche. La "biodanza" che suor Pompea Cornacchia pratica con le migranti è il ballo della vita stessa: liberarsi dagli affanni, ritrovare la speranza. Alle donne in viaggio verso una destinazione sconosciuta testimonia con l'ascolto e la vicinanza che possono ancora sentirsi amate, anche se sono sole, violentate, sfruttate e indesiderate. Lei è una comboniana 55enne nata in Puglia, con i capelli corti sale e pepe e grandi occhiali tondi, uno sguardo vivido e occhi che durante la conversazione via Skype con Avvenire passano dal pianto alla gioia più pura. Suor Cornacchia lavora con altre tre consorelle a Tapachula, una piccola città del Chiapas, nel Messico sudorientale, subito oltre il confine con il Guatemala. Un paese che suo malgrado si è trovato nell'epicentro della corrente migratoria: periodicamente arrivano migliaia di esseri umani (non solo latini: ci sono intere carovane di africani e asiatici transitati per il Sud America) che sognano di attraversare il continente per arrivare negli Stati Uniti o in Canada. In mezzo a decine di ong, lei fa la sua parte: riparare i cocci delle donne con un approccio psicospirituale, la terapia occupazionale (artigianato e cucina, soprattutto) e appunto la "biodanza". «Sono arrivata a Tapachula un anno e mezzo fa dopo altre missioni in Ecuador e Colombia. Abbiamo iniziato un programma di emergenza all'interno del centro di accoglienza Betlemme, in una parrocchia, l'abbiamo chiamato Espoir, Speranza. Qui offriamo il pranzo e cose di prima necessità, le donne migranti vengono a farsi la doccia ma l'obiettivo è creare una relazione». Una missione quasi impossibile, quando d'un colpo, come è successo nei giorni scorsi, arriva una carovana di 15mila haitiani. In che stato giungono le donne migranti qui a Tapachula? «Ferite, con uno sguardo triste che ti spezza il cuore. Quasi tutte sono state violentate e maltrattate. Io le ascolto, loro si confidano». Suor Pompea ha una competenza specifica in accompagnamento psico-spirituale. Quello che fa è stare accanto alle donne, iniziare un percorso di cura e resilienza, offrire una nuova speranza per il tempo che restano nel Chiapas, finché arriva il visto umanitario e possono ripartire verso nord. È così che conosce storie incredibili: «Lucy era scappata da un marito che a Kinshasa, nella Repubblica Democratica del Congo, la trattava da schiava. Si sentiva dilaniata perché in Africa aveva lasciato due bambini, ma non aveva scelta». Un'altra mamma con la quale suor Pompea ha avviato un percorso terapeutico e spirituale che è durato due mesi è Amar, che arrivava dal Brasile e attraversando il deserto di Panama ha visto morire il più piccolo dei suoi tre figli, 10 anni. «Amar era piena di rabbia, esplodeva per un nonnulla. Pian piano si è confidata e ho capito il perché. Mi diceva: la cosa più terribile è stata lasciare lì il corpo, alle intemperie, non me lo perdonerò mai. L'ho abbracciata forte, lei ha pianto e da allora è come si si fosse sbloccata. È ripartita un po' più serena». Donna tra le donne più derelitte del mondo: come si sente? «Impotente. La mia preghiera a Dio è di darmi forza e salute. Non è umano quello che devono sopportare queste migranti, mi sento piccola davanti a loro ma capisco anche che la mia presenza è importante perché loro avvertono in me l'amore di Dio e questo fa rifiorire in loro la speranza».
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