venerdì 14 settembre 2018
Sono da tenere in serbo come preziose le riflessioni che padre Federico Lombardi ha affidato qualche giorno fa a "Settimananews" ( tinyurl.com/y7fvr4ov ) intorno alle «dichiarazioni che recentemente hanno suscitato tanta eco nella Chiesa». «Qualche parola» dunque sul caso Viganò, ma asciutta e discreta, che non intende entrare nel merito delle singole vicende (i nomi dell'ex nunzio e del cardinal McCarrick vi ricorrono una sola volta, anche se il giudizio è ben fermo), ma preferisce soffermarsi, con tutta la credibilità che viene a padre Lombardi dalla sua biografia, sul «contesto eccezionalmente ampio di problemi e accuse che sono stati evocati» e sugli effetti che sono stati prodotti. Egli non si meraviglia: «Ho visto diverse situazioni e campagne simili in passato e penso che se ne vedranno ancora molte negli anni futuri», scrive. Se c'è una «novità», è la «globalizzazione della confusione e degli strumenti per diffonderla»; che tuttavia va vista come «una ragione di più per vivere la propria fede chiedendo fortezza e pazienza, e per esercitare la propria coscienza, intelligenza e prudenza nel cammino della carità e della verità». Tale esercizio, che nel prosieguo dell'articolo padre Lombardi applica alla Curia romana e alle tante «persone integre e dedicate» che vi lavorano, al nodo degli «abusi sessuali (e di potere e di coscienza)» e al «cammino di "castità"» che sollecitano in ciascuno, e al «corpo vario e complesso» della Compagnia di Gesù, fa sì che egli non veda «in alcun modo come positivo e costruttivo ciò che è apparso come un'operazione» dove «si divide e basta – e non si mette in campo alcun elemento per preparare un'unione a un livello superiore». In conclusione una lezione che, frequentando la Rete, dovremmo tenere ben cara: «Ho sempre pensato che la parola e la comunicazione, non solo nella Chiesa ma anche nella comunità umana, pur con consapevolezza critica, debbano mirare sempre al fine ultimo della comprensione reciproca e della comunione. Non a Babele, ma a Pentecoste».
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