giovedì 7 marzo 2013
Gulu, Uganda, 2006 - Dell'Africa equatoriale sbalordisce quanto la notte cali rapidissima: come un brigante che piombi alle spalle, e ti sia addosso. In questo precipitare di tenebre, nella foresta attorno alla missione dei comboniani a Laybi i sentieri si affollano di passi: uno scalpiccio sempre più intenso di zoccoli e piedi nudi. Sono i night commuters, i pendolari della notte. Minacciata dai guerriglieri del Lord Resistance Army che rapinano, bruciano, rapiscono i figli, la gente dei villaggi a notte mendica protezione nel cortile della chiesa; che è piccolo, ma almeno ha un muro attorno. E, forse illusoriamente, questo popolo qui si sente meno indifeso.Ma quando la notte è del tutto nera, e stelle grandi il doppio delle nostre si accendono come fari nel cielo, i night commuters cominciano a pregare in lingua acholi. Non distinguo le parole, ma la cadenza sì: è il Rosario. La catena della preghiera è retta dal filo di una tensione radicale; è la domanda fissa negli occhi nerissimi delle madri, i bambini al seno. Salvaci, Padre, salva i nostri figli, ripetono quegli occhi scuri, mentre i bambini più grandi si rincorrono e strillano. Erano uguali le notti, nelle rocche assediate del Medioevo? Non avevo mai sentito pregare come da queste madri, inermi nella notte africana.
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