La riscossa dei consorzi agrari
sabato 8 marzo 2003
In uno scenario fatto più di incertezze che di certezze, di zone d'ombra piuttosto che orizzonti limpidi, il ritorno in grande stile dei Consorzi agrari alla ribalta nazionale dell'agricoltura deve far pensare. Soprattutto perché non si tratta della creazione di una nuova Federconsorzi, anche se della vecchia struttura i Consorzi agrari provinciali (Cap) conservano la capillarità diffusa sul territorio e il ruolo nella vendita di alcuni dei più importanti mezzi tecnici per l'agricoltura e la zootecnia. I Cap significano ancora molto in termini di giro d'affari e di struttura di assistenza tecnica. Basta pensare che rappresentano un terzo del mercato dei mezzi tecnici agricoli. Complessivamente, il loro fatturato arriva ad oltre 2,5 miliardi di euro (5mila miliardi delle vecchie lire). I Cap possono contare su 1.600 punti di vendita, 500 centri di stoccaggio per cereali e coltivazioni proteiche, 50 stabilimenti per l'essiccazione del mais, 360 depositi per i carburanti agricoli. I Consorzi posseggono anche 18 grandi stabilimenti per la produzione di alimenti per la zootecnia, 15 per le sementi e sei per i fertilizzanti. Insomma, i Cap sono dovunque e forniscono praticamente qualsiasi cosa possa essere utile ai campi e alle stalle dello Stivale. Non è un caso che molti contadini pensino ancora "al Consorzio" come al riferimento per l'acquisto dei mezzi tecnici, così come per la vendita dei loro prodotti. Senza contare il ruolo che i Cap hanno sul fronte dell'occupazione e delle assicurazioni per l'agricoltura. Due numeri bastano per capire anche questo aspetto: gli occupati
arrivano ad oltre 5mila persone, la raccolta premi supera i 3,7 miliardi di euro. Eppure, tutto questo - che fino a qualche anno fa era ben di più - ha rischiato di affondare trascinato dal disastro di Federconsorzi (ancora oggi su 73 Cap, 48 sono commissariati o in liquidazione). Eppure, una buona parte di essi, rappresentano davvero strutture ancora forti e importanti per le nostre aziende agricole. Da qui l'idea di rilancio, non attraverso un'altra Federconsorzi, ma con una semplice struttura di rappresentanza e di coordinamento (Assocap). Negli intenti dei nuovi vertici, da Verona i Cap dovrebbero ripartire
«per fare sistema con le imprese agricole e con i sistemi di distribuzione, per giocare un ruolo da protagonisti nella filiera agroalimentare italiana, per offrire risposte ai consumatori in termini di garanzia sull'origine e sulla qualità delle produzioni». Un obiettivo in linea con gli umori della politica agricola nazionale ed europea, che dovrebbe, tuttavia, essere accompagnato dalla valorizzazione di quanto solo i Cap possono fare: continuare ad essere il riferimento capillare per un'agricoltura che deve crescere ancora dal punto di vista commerciale, ma anche da quello tecnico. Si vedrà nei prossimi mesi, quanto di tutto ciò sarà realizzato.
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