Il Pil agricolo giù dell'1,2% La colpa è del clima
domenica 1 settembre 2019
Alle prese con il clima impazzito, con i mercati sull'ottovolante e con i bisticci nei commerci internazionali (senza dire delle incognite della Brexit), l'agricoltura stringe i denti ma è costretta a perdere posizioni circa i risultati produttivi. È il segno di quanto delicati siano gli equilibri di un comparto che vale comunque centinaia di miliardi di euro e decine di migliaia di posti di lavoro, ma che deve fare i conti con la sua condizione di settore fragile dal punto di vista produttivo oltre che da quello commerciale. Destino insolito quello dei campi e delle stalle, che da un lato lavorano spesso in balìa degli eventi climatici e, dall'altro, sono comunque al centro delle politiche internazionali oltre che delle grandi tendenze di consumo che fanno del buon cibo e del buon bere due fiori all'occhiello del nostro Paese.
Il clima, dunque. Secondo Coldiretti è lui il principale "colpevole" del crollo dell'1,2% rispetto ai precedenti tre mesi del Pil agricolo nel secondo trimestre del 2019. Ma non basta, perché sempre stando ai coltivatori, ad essere tartassate dal brutto tempo sono state anche le ore di lavoro nelle campagne che, nello stesso periodo, hanno fatto segnare un crollo del 3% sempre rispetto al trimestre precedente. Quanto descritto da Coldiretti ha un che di apocalittico (anche se è la realtà dei fatti): «Nubifragi, trombe d'aria, bombe d'acqua e grandinate si sono abbattuti a macchia di leopardo sul territorio – spiega infatti l'organizzazione agricola – con coltivazioni distrutte, alberi abbattuti e aziende allagate, frane e smottamenti». Un disastro che si ripercuote in tempi brevi sull'indice che sintetizza tutto, il Pil appunto.
«Sono gli effetti – dice Coldiretti – dei cambiamenti climatici in atto che si manifestano con la più elevata frequenza di eventi estremi con sfasamenti stagionali, precipitazioni brevi ed intense ed il rapido passaggio dal sole al maltempo ma anche con lo sviluppo di patogeni alieni particolarmente dannosi per le colture come la cimice asiatica». Già, perché i coltivatori non hanno solo il clima dal quale guardarsi, ma anche una serie di malattie delle piante che in alcuni casi (come la Xylella oppure la cimice), riescono a far peggio di una grandinata. E a tutto questo che, sempre secondo Coldiretti, si aggiungono le distorsioni lungo la filiera e le «importazioni selvagge».
Riusciranno ancora una volta i nostri agricoltori a risalire la china? Crediamo proprio di sì, anche se non sarà certo facile.
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